Spesso si dice che una band infiamma il pubblico. E quel che è successo alla Ricoh Arena di Coventry sembrerebbe confermare questo motto.In breve: è parso che allo stadio di Coventry fosse scoppiato un incendio, come la foto qua sopra testimonia. L’immagine e la notizia hanno fatto il giro del mondo, salvo poi scoprire che si trattava delle prove dello spettacolo pirotecnico del concerto che si terrà domani in quella location: si esibiranno i Muse.

There is no fire at the Richo Arena Coventry. Pyrotechnic testing is currently going on for a concert
— WMFS (@WestMidsFire)
May 20, 2013

Spesso si dice che una band infiamma il pubblico. E quel che è successo alla Ricoh Arena di Coventry sembrerebbe confermare questo motto.
In breve: è parso che allo stadio di Coventry fosse scoppiato un incendio, come la foto qua sopra testimonia. L’immagine e la notizia hanno fatto il giro del mondo, salvo poi scoprire che si trattava delle prove dello spettacolo pirotecnico del concerto che si terrà domani in quella location: si esibiranno i Muse.

Ti amavo campionato

L’effetto collaterale di tutte le Grandi Verità è che a forza di ripeterle diventano prima assodate, e poi banali e svuotate come un vecchio ombrello dimenticato sul treno quando piove: una verità di cui ti ricordi solo quando scendi e sei nel piazzale di fronte alla stazione e l’autobus non vuole proprio arrivare. Ecco, che il Calcio Italiano abbia toccato i minimi storici (parlo in virtù della mia relativamente breve memoria storica) degli ultimi 30 anni, mi pare una Grandissima Verità: in termini di paragone, Grande quanto la stagione di Bale, l’indecenza delle capigliature di Boateng, la maledizione del Benfica. Eppure, è talmente ormai assodato che nemmeno fa più notizia, o riflessione, eppure è questa, al termine di 38 stanche giornate, la prima grande notizia della stagione 2012/13.

Non la riconferma dell’Udinese, scusate, della Juventus. Non l’ormai sopraffina opera di cesellatura, di inossidabilità agli eventi, di un allenatore come Guidolin, scusate, di Conte. Non il talento che mai tradisce di un cannoniere come Di Natale, scusate, di Cavani. Giornata dopo giornata, il rosario di tabellini dai cognomi mediocri, prime pagine infarcite di adolescienziali giochi di parole (li avessi azzardati io, da tirocinante in redazione, mi avrebbero spedito a fare le fotogallery delle scarpe delle attrici), pathos delle gare degno di una tappa del Giro congelata dal maltempo, tutto questo altro non faceva che incidere sulla mia pelle provata dalle genialate di Branca il timbro della Banalità, il Declino che avvolge un intero Campionato ormai invendibile anche televisivamente. Basta un minimo di organizzazione, e di scelte oculate in chi redige il roster delle squadre, per stare dalla parte sinistra della classifica, là dove batte il cuore del Tifoso: il Catania che passa da Montella a Maran regge comunque, anzi migliora. La Fiorentina senza tirare in porta arriva a sfiorare la qualificazione ai preliminari di Champions League. Per salvarsi bastano la miseria di 38 punti, e anche un Genoa maionese impazzita sopravvive. E si vince uno scudetto addirittura aumentando il numero di sconfitte rispetto alla trionfale annata precedente (5, invece che 0).

Ma non sono i campioni, e nemmeno i dollaroni, a mancarmi, in questa Serie A. Mi manca, e molto, un allenatore che dopo 16 sconfitte (record negativo della società) faccia quanto meno pubblica ammenda. E invece. Mancano dirigenti che vogliono lanciare una linea verde e poi al mercato di gennaio sbandierano un Rocchi d’annata (con tutto il rispetto per Rocchi). Mancano giornali che la smettano di inseguire i tifosi, o che cessino di definirsi giornali. Mancano giocatori che sappiano infilare più di un dribbling di fila (Cuadrado ormai è una specie di panda), mancano dirigenti che stabiliscano prima che inizi il campionato, quale sarà lo stadio di una società in gara. Mancano, e molto, e definitivamente, quella Cosa di cui sono fatte le vittorie, e le sconfitte, a prescindere, che non si chiama Denaro, ma “Persone”. Di questo, oggi, il calcio italiano, e tutto il carrozzone che prova a venderlo, scusate, raccontarlo, ne è drammaticamente privo.

Se si arriva alla fine di un cammino senza avere imparato nulla di nuovo, a cosa è servito? Ecco, questa Serie A 2012/13 non mi ha insegnato nulla di nuovo, su me stesso e il calcio e la mia squadra. Cosa rimane, quindi? Rarissime istantanee. Giuseppe Rossi che rientra in campo, Borja Valero, la pazienza di Guidolin, Conte che incita i propri tifosi a Bologna (vivaddio, un po’ di umanità lacerante), quello che potrebbe diventare De Sciglio, El Shaarawy che si muove agile sulla fascia sinistra ché sembra quasi di vedere un giocatore dell’Arsenal dei bei tempi, non delle imbolsite squadre milanesi, i giovani sconosciuti dell’Udinese (sì, anche quando scucchiaiano malamente), la necessaria irritabilità di Vucinic, le parate di Perin (e i suoi capelli), le puerili facce rosse di fatica di Florenzi, quel monumento alla memoria di se stesso di Barzagli, la rete al volo di Di Natale che prende la palla di collo pieno e la tiene bassa, le vie di Napoli quando gioca il Napoli, io che per il primo anno, nella mia vita, riesco finalmente a vincere al Fantacalcio, senza Cavani ma con Giovinco. Basterebbe questo, per capire che campionato è stato. 

“Ha segnato il Newcastle”

La storia si ripete: dopo l’urlo di Pellegatti “ha pareggiato il Cesena!” dello scorso anno, ieri, in Premier League hanno voluto replicare l’amaro siparietto.
I tifosi Spurs si sono (loro malgrado) calati nella parte dei Milanisti, mentre Arsenal e Newcastle hanno recitato la parte che fu di Juventus e Cesena.

Un eurogol di Bale aveva portato la squadra di casa in vantaggio.

Pulpit rock

Vantaggio inutile dato che i gunners stavano a loro volta vincendo uno a zero al St James’s Park.

Scorrevano gli ultimi tesissimi minuti al White Hart Lane, quando da un eminente account twitter sponda Spurs (@lord_sugar), parte la bufala: “1-1 at Newcastle”.

 

 

Il tweet viene retweettato più di duemila volte e la notizia si sparge viralmente sugli spalti. Lo stadio esplode.

Il risultato che avrebbe fatto volare gli Spurs al 4° posto, mandandoli ai preliminari di Champions e avrebbe costretto i cugini all’Europa League, si è materializzato.


Solo virtualmente.

Deve essere stato terribile.


La bellissima copertina di WSC di giugno.

La bellissima copertina di WSC di giugno.

Non sono un fanatico tifoso dell’Hellas Verona. Certo, ho fatto i miei anni al Bentegodi, qualche trasferta, visto il primo derby nella massima serie. Ero allo stadio quando il Verona è retrocesso in serie C, non c’ero quando è risorto. Trovo che ci siano delle squadre però che per il blasone, la città che rappresentano, la loro storia meritino di stare in serie A. Il Verona, al di là di ogni connotazione politicizzante, merita di militare nella massima serie: congratulazioni per la promozione a tutti i giocatori e soprattutto a Andrea Mandorlini e alla dirigenza, in primis il patron Martinelli.

Non sono un fanatico tifoso dell’Hellas Verona. Certo, ho fatto i miei anni al Bentegodi, qualche trasferta, visto il primo derby nella massima serie. Ero allo stadio quando il Verona è retrocesso in serie C, non c’ero quando è risorto. Trovo che ci siano delle squadre però che per il blasone, la città che rappresentano, la loro storia meritino di stare in serie A. Il Verona, al di là di ogni connotazione politicizzante, merita di militare nella massima serie: congratulazioni per la promozione a tutti i giocatori e soprattutto a Andrea Mandorlini e alla dirigenza, in primis il patron Martinelli.

SAF

Quando Alex Ferguson è stato nominato manager del Manchester United era il 6 novembre del 1986. Chi vi scrive aveva 7 mesi, a Berlino esisteva un muro che divideva in due la città. C’era l’Unione Sovietica e Michail Gorbačëv era il segretario generale del Partito Comunista sovietico. In quell’anno Spagna e Portogallo entravano nell’Unione Europea, che non si chiamava ancora Unione Europea ma CEE. L’euro doveva ancora essere pensato, i Queen avevano appena tenuto un concerto epico allo stadio di Wembley, gli Smiths raggiungevano la posizione numero 2 delle classifiche britanniche con The Queen is dead. Al governo c’era ancora la lady di ferro Margareth Tatcher. La Premier League si chiamava ancora Premiership. 9680 giorni dopo, Alex Ferguson – nominato nel 1995 Comandante dell’Ordine dell’Impero britannico e immediatamente diventato per tutti Sir Alex Ferguson – ha annunciato di ritirarsi dalla carriera di allenatore. Non serve specificare di che squadra, perché in questi 26 anni – un record – è dato il caso che Sir Alex Ferguson abbia allenato la stessa squadra: il Manchester United. Esiste un termine, venuto alla moda di recente, coniato per indicare i ragazzi nati dalla metà degli anni ottanta in poi, più o meno appunto la permanenza di SAF (Sir Alex Ferguson) sulla panchina dello United: i millennials. Chiedete a qualunque millennial di indicarvi la prima cosa che gli viene in mente quando gli nominate SAF (Sir Alex F…ci siamo capiti). Sarà sempre e solo il Manchester United. La carriera dello scozzese è stata costellata di successi anche altrove, prima della panchina dei diavoli rossi, ad esempio ad Aberdeen. Ma Ferguson e United sarà un binomio indissolubile. Trovo che questa sia una delle cose che più mi hanno colpito della storia dell’allenatore scozzese: un binomio indissolubile creato tra l’uomo e la squadra di calcio. Più dei trofei, che sono pure tantissimi e vale la pena di ricordarli: 13 campionati inglesi, 5 coppe d’Inghilterra, 4 coppe di Lega, 10 Community Shields, 2 Champions League, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa Uefa, 1 Coppa Intercontinentale e 1 Campionato del Mondo per club. A tutti questi titoli va aggiunto anche un prestigioso titolo personale assegnato dall’IFFHS, l’International Federation of Football History & Statistics: migliore allenatore del mondo del XXI secolo. Se è vero che quello che ho detto prima, resta forse una domanda a cui nessuno potrà e saprà rispondere: senza queste vittorie Ferguson avrebbe legato per 26 anni il suo nome alla sponda rossa del calcio di Manchester? Scrivo queste righe quando arriva la notizia dell’esonero di Mancini da tecnico dell’altra squadra di Manchester, il City, mentre durante la stagione sono stati esonerati Di Matteo e Dalglish. Mancini ha riportato ai Blues il titolo di Campioni di Inghilterra dopo 44 anni, ma il fallimento, in Premier come in Europa, della stagione seguente gli è costato carissimo. Roberto Di Matteo ha vinto FA Cup e Champions League col Chelsea, Dalglish la Coppa di Lega con il Liverpool. Tutti esonerati. Mentre Sir Alex, all’esordio sulla panchina dello United ha rilevato una squadra allo sbaraglio: la sua prima stagione da manager terminò con un piazzamento all’undicesimo posto, mentre la stagione seguente i Red Devils la finirono al secondo posto. Nel 1988-89 la formazione allenata dallo scozzese finì nella tanto bistrattata parte destra della classifica. Il campionato successivo fu a detta dello stesso allenatore “il periodo più buio da quando faceva l’allenatore”. Sconfitto 5 a 1 dagli acerrimi rivali del City, tifosi e stampa cominciarono a rumoreggiare chiedendone l’esonero. Altri tempi forse, altre società e dirigenti. Ma una serie di risultati così deludenti avrebbe portato sicuramente, al giorno d’oggi, all’esonero del tecnico. La perseveranza del board of director di inistere sullo scozzese verrà premiata negli anni successivi, portando il Manchester United da squadra in lotta per non retrocedere a formazione famosa in tutto il mondo. Gran parte del merito di tutto questo è dovuta ad un burbero allenatore scozzese, che per 27 anni ha retto il timone della sua corazzata e che ha avuto, altro pregio, la lucidità di mollare all’apice del successo lasciando di sé un ricordo fatto di successi indimenticabili (mia scelta personale: la vittoria della Champions League 1998 1999, i due corner battuti da David Beckham nel recupero per una vittoria ancora oggi incredibile). Se gran parte dei ragazzi della mia generazione sono appassionati di calcio inglese è proprio merito di Fergie.

I hated him [David Beckham] for playing for Man United. Hate. Proper hate. Noel Gallagher (via alcholandcigarettes)
Cite Arrow reblogged from alcholandcigarettes

[Giggs a parte] Non è rimasto più nessuno di questi che fecero l’impresa.

Football, bloody hell.

Un imperativo per tutti

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Il Portsmouth FC, comunica così ai suoi tifosi, la campagna abbonamenti per i più piccoli.

I Pompey, dopo il fallimento, militano tristemente nella Football League One (l’equivalente della nostra Lega Pro). La società è in amministrazione controllata.

Eterni secondi.

Il Benfica tornerà ad alzare una coppa europea nel 2063, quando scadrà la maledizione dei Cento Anni di Béla Guttmann? L’allenatore del Benfica campione d’Europa nel 1962, per un mancato aumento di ingaggio, sbattè la porta augurando alle Aquile di Lisbona di non vincere per 100 anni la Coppa dei Campioni. E dopo 8 finali europee il Benfica sembra scontare ancora la pena: il gol di Ivanovic al 92° di testa su angolo, peraltro marcato in modo piuttosto amatoriale, ha spezzato il sogno della squadra di Jorge Jesus di vincere l’Europa League.
   Il calcio sa essere crudele e cinico, perché trasforma sogni in incubi nel giro di pochi secondi e di pochi giorni. A tre giornate dalla fine il Benfica era in testa di 4 punti nei confronti del Porto. Poi un brutto pareggio casalingo contro il modesto Estoril per 1-1 ha rilanciato le ambizioni della squadra di Oporto, in attesta di ospitare gli acerrimi rivali nello scontro diretto. E proprio Porto-Benfica è apparso, a posteriori, come il prologo-beffa di una nottata da incubo. Un contropiede concluso da Kelvin al 92° ha mandato in paradiso il Do Dragao, permettendo al Porto di sorpassare il Benfica in attesa dell’ultima giornata.
    Da sabato a mercoledì. Amsterdam Arena. Il Chelsea di Benitez, che l’anno prima aveva vinto la Champions League segnando un gol decisivo all’ultimo minuto.
    Il Benfica, più convinto e volitivo, ha messo pressione e ha creato pericoli, più che altro potenziali, nei confronti di Cech, che però ha effettuato la prima vera parata solo al 70° sul tiro a spiovere di Cardozo. La pecca dei lusitani, comune a quella del Portogallo, è la leziosità davanti alla porta: la mancanza di concretezza e di conclusioni alla lunga viene punita. E non a caso un rilancio di Cech, agganciato da Torres anche grazie a un errore di Garay, ha mandato il porta El Nino in coast to coast come ai bei tempi. Il vantaggio del Chelsea non è meritato, ma sono i gol che fanno alzare le coppe. La storia sembrava cambiare col regalo di Azilpiqueta, un fallo di mano che causa il rigore trasformato da Cardozo.
   Di solito le beffe hanno dei segni premonitori, ma quando devono essere atroci questi risultano fuorvianti. La staffilata da 30 metri di Lampard all’88° si schianta sulla traversa. Forse è la svolta decisiva per il Benfica, per sfatare la maledizione dell’allenatore ungherese. Poi Ivanovic al 92°. E così un mister di un lontano passato, famoso per aver allenato la Pantera Nera Eusebio, ma non propriamente conosciuto dal grande pubblico internazionale, torna d’attualità. Sono passati 51 dall’ultima coppa europea. Se tutti gli allenatori esonerati dovessero augurare al proprio ex club di non vincere nulla a livello europeo probabilmente la Coppa rimarrebbe nella sede dell’UEFA per mancanza di vincitori. E probabilmente il Benfica l’avrebbe preferito.