Il Southampton vende (praticamente) tutti i giocatori e l’allenatore Ronald Koeman fa il simpaticone su twitter.

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Mangiabanale

                    
Tavecchio si candida come Presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio indicando la trasformazione repentina di “mangiabanane” in titolari di squadre di Serie A come problema principale che affligge il calcio italiano. La frase infelice – perché le gaffes sono una storia ben diversa – si inserisce in un filone ben radicato nella letteratura calcistica italiana, da Middlesbrough ’66 in poi. Ad ogni fallimento della Nazionale le riflessioni sulla responsabilità trovano sempre un “valido” argomento nella presenza in Serie A di troppi stranieri. E troppo scarsi. Dalla chiusura delle frontiere, che impedì l’arrivo di Eusebio all’Inter nell’estate 1966, al titolone della Gazzetta dello Sport, sparato in prima pagina quando ancora il morso di Suarez era visibile sulla spalla di Chiellini, il passo è breve. Il motto della retorica dei cosiddetti osservatori è sempre lo stesso: gli stranieri non fanno crescere i giovani italiani. La versione calcistica del tradizionale topos argomentativo secondo cui gli immigrati ruberebbero il lavoro ai cittadini italiani.

La frase di Tavecchio è stata pronunciata non in uno “sfortunato” fuorionda catturato da qualche giornalista ficcanaso ma nel corso di un discorso ufficiale durante la sua campagna elettorale. Il titolo della Gazzetta dello Sport non è apparso su una minuscola rubrichetta relegata alla ventesima pagina ma sulla copertina del giornale, con approvazione del direttore. Al di là di ogni ipocrisia che annacqua l’estremismo nel politically correct, queste due esternazioni rappresentano frasi ad effetto che catturano l’attenzione, sfruttando trucchi populistici tanto cari a parte della propaganda politica di questi e di altri tempi.

L’intento più o meno scientemente razzista di Tavecchio e della Gazzetta è quello di ridurre alla semplicità estrema la complessità dei problemi della realtà. Un atteggiamento prettamente populista che propone soluzioni facili per far fronte a difficoltà che meritano un’analisi più approfondita. Il Carneade dalla pelle scura che arriva in Italia per giocare mezza stagione in Serie A è il simbolo di un sistema che per ragioni finanziarie preferisce acquistare stranieri a prezzo stracciato piuttosto che investire sui vivai e soprattutto dare spazio a giovani convocabili in Nazionale. Dopo la sentenza Bosman il romanticismo del Piacenza italiano di Guerini è nostalgia da consegnare alle pagine degli almanacchi, essendo ormai quasi impossibile mantenere una squadra interamente italiana.

Se il “mangiabanane” trova subito spazio in Serie A è anche merito, o colpa, di un sistema-calcio vecchio quanto le istituzioni italiane. Inaffidabilità, grumi di potere, mentalità imprenditoriale di respiro poco internazionale, stadi vecchi, burocrazia lenta, pressione fiscale alta e inefficiente: questo mix di ingredienti, senza riforme strutturali, è destinato a tenerci lontano dai capitali che contano per rilanciare la Serie A. Una Serie A in grado di lanciare Verratti in una grande squadra italiana capace di vincere la Champions League. O un calcio italiano che è in grado di trattenere gli stranieri migliori, chiocce di futuri campioncini italiani. Ma con Tavecchio Presidente è probabile che, in cambio di qualche “mangiabanane” in meno, la Serie A sarà destinata ancora ad esprimere calciatori italiani DOC ma incapaci di fare la differenza ad alto livello ai Mondiali. Nonostante una difesa da 102 punti.    

Noi viviamo per - Best of Brasile 2014

Puntate complete

Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata
Quarta puntata
Quinta puntata

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Noi viviamo per:

Il fracaso della Spagna per 1-5 contro l’Olanda, il volo d’angelo di Robin Van Persie, la sigaretta e la birra durante l’intervallo di Inghilterra-Italia a 0.45 che parevano le 21.45, la punizione zigzag di Pirlo contro l’Inghilterra, l’autogol di Valladares deciso dalla goal technology in Francia-Honduras 3-0, Buffa racconta Persepolis-Esteghlal prima di Nigeria-Iran, l’invasione della sala stampa del Maracanà da parte dei tifosi cileni senza biglietto, la Spagna eliminata dopo 2 partite, i 10 guerrieri greci di Natal, il Terzo Morso di Suarez, le dimissioni del contribuente Prandelli, la Costa Rica prima nel girone della morte, Muntari cacciato dal ritiro del Ghana per aver inseguito un dirigente brandendo una bottiglia rotta, Obama che vede Germania-USA sull’Air Force One, l’autogol in rovesciata di ginocchio di Boye contro il Portogallo, Akinkeef sul primo volo per la Siberia, la traversa di Pinilla contro il Brasile al 119*, il ritorno di Julio Cesar, il golazo di Re Hames Rodriguez contro l’Uruguay, le parate di Ochoa, Howard e Keylor Navas, Neuer portiere di movimento contro l’Algeria, gli ultimi 5 minuti di Argentina-Svizzera, la folla davanti all’ospedale per sentire le voci sulle condizioni di Neymar dopo Brasile-Colombia, la sostituzione di Krul con Cillesen prima dei rigori dell’Olanda contro la Costa Rica, i 76 secondi fra lo 0-2 e lo 0-5 di Brasile-Germania, i 16 gol di Klose record mondiale, Brasile come Haiti e Zaire nel prendere 5 gol nel primo tempo di una partita Mondiale, il 7-1 del Mineirazo, il dies horribilis brasiliano completato dall’Argentina in finale, il gol annullato ad Higuain nel primo tempo della finale, l’accelerazione di Messi da Diez, il palo di Howedes nel recupero del primo tempo, Sabella che prova a sorpassare all’ultimo Scolari nel Premio Allegri per la sostituzione nell’intervallo Aguero per Lavezzi, il gol di Gotze entrato dalla panchina, la Germania prima squadra europea a vincere un Mondiale nel continente americano.

Ite, missa est. E ora si contano i giorni che mancano al ritorno della Serie A. Perché, per quanto possano essere brutte, non possiamo fare a meno delle domeniche di campionato.

Tradimento

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Minuto 123° della finale mondiale al Maracanà fra Germania e Argentina. Punizione per l’Albiceleste da 35 metri per riacciuffare i rigori che ormai sembrano lontanissimi. Leo Messi guarda verso la porta, poi si gira verso destra. Tre passi di rincorsa, a falcata sempre più lunga. La traiettoria del pallone non dà mai l’impressione di essere pericolosa e il tiro finisce a 5 metri al di sopra della traversa di Neuer. L’Argentina perde il Mondiale del destino e Messi è costretto a rinviare, probabilmente per sempre, la scalata all’Olimpo degli immortali.

Voler decidere il Mondiale da solo. Il senso della punizione di Messi, troppo lontana dalla porta per poter impensierire seriamente un portiere di medio livello –figuratevi Neuer- è tutta lì. Passaggio dolce verso i saltatori argentini riversatisi in area tedesca o schema con i compagni per provare il tiro da fuori area da una distanza minore: le opzioni percorribili erano diverse e sicuramente più sensate. Ma Messi ha voluto andare per i pali, perché era l’ultimo, disperato, momento per entrare nel mito. E l’improvvida esecuzione del calcio piazzato ha rappresentato il tradimento non solo di un intero Paese ma di milioni di appassionati di calcio.

La premiazione del Pallone d’oro del Mondiale è apparsa ai limiti del grottesco. Leo Messi, che ha disputato il suo miglior Mondiale di sempre ma non è mai riuscito a sfruttare completamente il suo enorme talento, ha ricevuto un crudele premio-copertina. Prima della premiazione dei campioni del mondo tedeschi la Pulce ha dovuto salire i 12 gradini di un patibolo mediatico personale, costretto a trattenere l’amarezza e il pianto dello sconfitto. Tutto questo al Maracanà, davanti a migliaia di brasiliani compiaciuti del triste destino riservato anche ai propri storici rivali. Secondi come primi degli sconfitti. Una beffa per il simbolo dell’Argentina e un mezzo gaudio per un popolo deluso che, quantomeno, ha evitato l’Apocalisse calcistica. Da Messi non un accenno di sorriso, non una lacrima. Una maschera apparentemente imperturbabile dietro cui si celano i ripetuti vomiti da nervosismo. Ma il capo chino della discesa dal palchetto ha rappresentato l’emblema di un fallimento, interiore ed esteriore, in diretta tv davanti a oltre un miliardo di spettatori.

E nel fallimento di Messi naufragano anche i sogni di chi ha bisogno di simboli generazionali a cui attaccarsi. In molti hanno sperato che Germania-Argentina fosse la Partita di Messi. E, non essendo di nazionalità argentina, il motivo recondito e inconscio di questo desiderio stava nella possibilità di dire “io c’ero”. Io c’ero quando ho visto Messi dribblare in serie i tedesconi alti due metri e segnare un gol che il nuovo Federico Buffa della tv italiana nel 2050 racconterà nella puntata dedicata a Brasile 2014. Non abbiamo avuto la possibilità di assistere a Brasile-Argentina in finale Mondiale, almeno abbiamo assistito all’Ascensione di Messi, la deificazione del talento che assurge a onnipotenza calcistica. Niente di tutto questo è avvenuto, ed è questo il motivo per cui ci sentiamo traditi da Leo Messi. Non riusciamo a trovare un simbolo definitivo della nostra generazione da tramandare ai posteri, e restiamo ancorati alla nostalgia di cose mai vissute o mitizzate dagli ormoni adolescenziali come Zidane e Ronaldo. Su quella punizione c’eravamo tutti, attorno a lui. Abbiamo soffiato e pregato che la traiettoria del pallone si abbassasse sotto l’incrocio dei pali, per regalare il pareggio all’Argentina e magari la Coppa del Mondo. No, non è successo. I predestinati sono stati e saranno altri numeri 10, non Leo Messi. E sono altri che potranno dire “io c’ero” quando un uomo vinse il Mondiale da solo.    

Cronache di regime: Italia in finale!

La nostra eroica Nazionale italiana giocherà stasera allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro la ventesima finale dei Mondiali contro la Germania. Il cammino trionfale dei prodi calciatori italiani è stato una marcia inarrestabile all’insegna dell’onore e della gloria, patrimoni sacri della nostra Nazione. Dopo la vittoria contro l’Inghilterra nella partita inaugurale per 2-1 l’Italia ha schiacciato per 5-0 la Costa Rica, Nazione priva di esercito e di spirito battagliero, e l’Uruguay per 3-0. Mario Balotelli ha siglato ben 7 reti in 3 partite, dimostrandosi l’uomo più forte del Mondiale. Grazie alla sua trasformazione in capo morale, riconosciuta da tutti i suoi camerati compagni, il nostro condottiero ha portato sulle sue salde spalle la nostra Nazionale verso splendidi lidi. Il suo spirito bellico è stato immortalato in uno scatto mentre imbraccia un fucile puntato verso i nemici della Nazione.

Il selezionatore tecnico Cesare Prandelli ha imposto la sua rigorosa disciplina a tutta la squadra, con risultati vincenti: le virtù morali e la sacralità dei principi etici hanno destato ammirazione ed invidia in tutti gli altri allenatori della competizione iridata. Il rifiuto delle tentazioni tecnologiche in Brasile ha permesso ai nostri guerrieri di concentrarsi pienamente sugli incontri. Correre! Correre! Correre! Capitan Buffon, da valente simbolo dell’ancestrale ed autentica fierezza italica, ha ricordato ai suoi camerati compagni di credere, obbedire e combattere per raggiungere il trionfo e la gloria immortale dei nostri antichi patrioti. Il patto di sangue all’interno dello spogliatoio è stato sacralmente sancito con il taglio dei capelli dell’oriundo Paletta. L’uniformità militare e il rifiuto di ogni stravaganza tricologica rappresentano le fondamenta etiche sopra le quali costruire la Vittoria. Con l’accettazione del taglio di capelli Paletta, nato in Argentina, si è integrato per sempre nel Popolo italiano.

Gli ottavi di finale contro la Grecia si sono disputati secondo la tradizione e la storia insegnateci dai nostri Padri: 4-0 per l’Italia! Balotelli, Balotelli, De Rossi e Cassano! Gli ellenici hanno sventolato la bandiera bianca immediatamente, dichiarando la propria resa senza condizioni. L’Italia, ancora una volta, ha spezzato le reni alla Grecia. Ai quarti di finale la devastante macchina da guerra italiana si è abbattuta senza pietà sull’Olanda, riducendo la Nazionale arancione ad un cumulo di macerie. Il 4-1 dell’Italia, al termine di una partita memorabile, è stato frutto dell’abnegazione della nostra orgogliosa squadra. Immobile, Balotelli, Cassano e Insigne: il modulo 3-3-4 con il quale Prandelli ha schierato la formazione italiana non ha lasciato scampo agli olandesi, travolti dall’indubbia forza offensiva dei quattro centrattacchi e storditi dalla classe di Andrea Pirlo. La semifinale contro l’Argentina è stata altresì una passeggiata. Il cammino trionfale dell’Italia non si è fermato nemmeno davanti a Messi, il secondo più forte calciatore del mondo dopo Balotelli. Il 3-0 firmato Balotelli Paletta e Cerci porta l’Italia in finale del Mondiale dove incontrerà la Germania. Non ci fanno paura! Li batteremo ancora! Così vuole il nostro Destino, così vuole il Popolo Italiano! Vincere!                      

Ispirato a una storia vera: i telegiornali della Corea del Nord hanno annunciato la conquista da parte della Nazionale della finale del Mondiale, da giocare stasera contro il Portogallo. http://www.calcionews24.com/mondiale-per-i-coreani-la-finale-sara-corea-del-nord-portogallo-video-393158.html 

Un tifoso inglese lancia un areoplano di carta dagli spalti dello stadio di Wimbledon riuscendo a colpire un giocatore del Perù sul terreno di gioco: il tutto da due visuali diverse.

(Fonte: aaronjramseys)

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Noi viviamo per - Quarti di finale e Semifinali

Noi viviamo per:

il gol di Hummels e gli 80 minuti di controllo di partita da parte della Germania, la parata di Neuer su Benzema alzando semplicemente un braccio, la partenza volenterosa del Brasile come una provinciale che impone il fattore casalingo, lo strano piatto su punizione di David Luiz, la freddezza sul rigore di Hames Rodriguez, Luiz mitomane che chiede gli applausi per Hames in lacrime, la consapevolezza dei brasiliani di dover affrontare la Germania senza Thiago Silva e Neymar, la folla davanti all’ospedale per sentire le voci di corridoio sulle condizioni di Neymar, Zuniga super-ricercato dalle autorità brasiliane, Wilmots favorito per il Premio Allegri per la formazione iniziale del Belgio, Higuain che torna Higuain, gli ultimi minuti con Fellaini boa, i gol incredibilmente sbagliati dall’Olanda, le occasioni del Costa Rica, la rocambolesca traversa olandese nel finale, lo 0-0 strappato dai costaricensi al 120° di un quarto di finale del Mondiale, la sostituzione di Krul per Cillesen, Umagna se lo magna, la Costa Rica a un rigore dalle semifinali del Mondiale, il ricorso del Brasile alla FIFA contro la squalifica di Thiago Silva, Scolari superfavorito per il Premio Allegri per la formazione della Selecao contro la Germania, David Luiz capitano e leader emotivo, il caos emotivo e tattico del Brasile nei primi dieci minuti, Luiz che dopo soli 11 minuti si perde Muller su angolo, il gol di Klose davanti ai brasiliani per togliere il record di Ronaldo ai Mondiali, “io di partite strane che sul 2-0 sembravano finite ne ho viste tante” di Caressa, i 6 minuti in cui si passa dallo 0-1 allo 0-5 per la Germania in maglia Flamengo, i brasiliani che piangono già al 25° del primo tempo, Klose che non passa il pallone a Muller che sta già a 10 gol al Mondiale a soli 24 anni, Brasile come Haiti e Zaire nel prendere 5 gol nel primo tempo nel Mondiale, i brasiliani che rimangono a bere birra anche dopo l’inizio della ripresa, e dopo lo 0-5 ci sta sempre uno 0-6, Muller che sullo 0-6 si fa 50 metri per chiudere su Paulinho in scivolata, e dopo uno 0-6 ci sta sempre uno 0-7, e dopo uno 0-7 ci sta (quasi) sempre uno 0-8, Brasile-Germania 1-7, i tedeschi che cantano “Brasil! Brasil!” su un angolo per i verdeoro, i titoli dei siti brasiliani a fine partita, “Brasil decime que se siete” dei siti argentini, il nonnino brasiliano che consegna la Coppa del Mondo alla (carina) tifosa tedesca, David Luiz che rimane in campo per cercare gli applausi, il Mineirazo, i brasiliani ubriachi che ballano e cantano prendendo sulle spalle Assogna in diretta su Sky, la riunione d’emergenza della Federazione brasiliana, la torta per Vialli in diretta su Sky, il ritorno di De Jong in versione ‪#‎bellasorpresa‬ per Messi, i 90 minuti di vuoto pneumatico di Olanda-Argentina, “Brasil decime que se siente” cantato da Buffa e Adani, il salvataggio di Mascherano su Robben col braccino, i 30 minuti supplementari di vuoto pneumatico di Olanda-Argentina, Romero superstar, il pallone di Vlaar che torna verso la porta e si ferma sulla linea, “ah ecco perché aveva sostituito Cillesen, non ne pija uno manco pe’ sbaglio”, Zabaleta con la parrucca blu e il cerotto, il dies horribilis del Brasile completato dall’Argentina in finale al Maracanà.

Domenica è tutto finito.

E dopo? Dopo che al ventinovesimo minuto Toni Kroos ha siglato il quarto gol cosa abbiamo visto? Probabilmente uno degli spettacoli più strani che io ricordi. La partita ha smesso di essere tale; nel senso che abbiamo smesso di chiederci chi avrebbe vinto: la competizione, l’agon – che è poi il principio cardine del gioco – è venuto meno. Allora che cosa abbiamo guardato fino al novantesimo? Dal quattro a zero in poi si è smesso di giocare per la contingenza presente: chi vincerà la partita, chi accederà alla finale dei campionati del mondo, chi potrà vincere la coppa. Si è iniziato a negoziare il significato che quella stessa partita avrebbe avuto nella storia. Si è iniziato a giocare in una dimensione futura, già storicizzata. È stato uno strano paradosso. Stavamo guardando qualcosa che si stava facendo storia mentre scorreva nel presente. Il palesarsi dell’Ereignis heideggeriano: una rottura dell’ordine del tempo che stava accadendo di fronte a noi. Ad ogni gol della Germania l’accadimento debordava, ci veniva incontro, ci investiva, stupendoci. Quindi abbiamo cercato sul campo tracce che potessero confermare la straordinarietà della visione: gli occhi lucidi con cui Julio Cèsar guardava in cielo ad ogni gol tedesco, lo sguardo smarrito dei centrocampisti brasiliani, le facce drammatiche, euripidee sugli spalti: Effetti di superficie di un evento che stava rivoluzionando in profondità molte cose.

“In ogni storia d’amore c’è un carnefice e una vittima, uno che se ne andrà intatto e un altro che rimarrà in un angolo a piangere”

Sentirsi ingannati da Dio in persona – Riflessioni a caldo sul Mineirazo |
Mascherano Hombre del Partido - parte secondo (via Panenka)

Mascherano Hombre del Partido - parte secondo (via Panenka)

Mascherano hombre del partido. 

(Fonte: secretariats)

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