Prima partita in casa in Premier League per il Crystal Palace dopo 8 anni di purgatorio, e i tifosi - giustamente - festeggiano.

(Per chiunque se lo stesse chiedendo la canzone ufficiale del Palace è Glad All Over dei Dave Clark Five)

Provincialismo e libertà

Il calcio italiano riparte così.

La UEFA ha aperto una procedura per frasi razziste contro il neopresidente della Federcalcio Carlo Tavecchio. Dopo neanche dieci giorni dalle elezioni federali il calcio italiano è già sotto indagine. Assai difficile l’inibizione per Tavecchio, ma questa sarebbe una decisione clamorosa: un presidente sospeso dalle sue funzioni dopo neanche un mese. Pur non destando più scandalo per ragioni che affondano le loro radici nel malcostume italico, l’inchiesta UEFA rappresenta un ulteriore spunto di riflessione su una vicenda su cui si è discusso assai nei giorni scorsi: la credibilità di un sistema non più credibile nei personaggi che affollano il mondo pallonaro. L’opportunismo che ha totalmente sostituito il senso dell’opportunità, in dichiarazioni solenni come quelle rilasciate durante una campagna elettorale, ha portato il calcio italiano a scegliersi un presidente impopolare e screditato non solo dai media ma anche da Malagò, che ha provato fino all’ultimo a convincere i candidati a farsi da parte. Ma solo per ragioni di equidistanza istituzionale da parte del CONI, rappresentante ufficioso del premier Renzi.

L’elezione di Tavecchio costituisce dunque un segno di discontinuità negativa. Frutto di un momento di stress per il fratello in coma (citazione di Lotito) o scivolone di stampo populistico-razzista, il nuovo presidente della FIGC appariva sin da subito unfit, come direbbero gli inglesi. Ed è nota la passione tutta italiana per i candidati unfit a governare. La scelta di Conte come CT, razionalmente populistica anch’essa, è il primo atto di quell’uomo del fare (altra citazione di Lotito) che dovrà far uscire l’Italia dal pantano della mediocrità calcistica. Vivai e capitali importanti dall’estero sembrano le soluzioni più opportune per tornare a brillare. Le rivoluzioni vengono da lontano, partendo da idee manageriali innovative e su cui si sente la necessità di puntare. Ma altre dichiarazioni di neodirigenti FIGC non fanno ben sperare in tal senso.

E’ il caso del calcio pane e salame di Macalli, neo vicepresidente FIGC e presidente di una Lega Pro che colleziona fallimenti a catena, costringendo a una maxiriforma epocale il campionato di terza categoria. Dell’intervista rilasciata a Teleradiostereo due punti sono particolarmente interessanti. “Meglio trattare con un italiano, specie se parla in dialetto” non è un commento razzista ma decisamente retrogrado. L’ultras della Restaurazione tricolore preferisce investitori che abbiano un curriculum chiaramente italiano e  capitali di cui sia chiara la provenienza. E allude a una forma di discriminazione finanziaria da parte delle banche nei confronti di investitori italiani, a cui verrebbero preferiti gli stranieri, che diventerebbero di fatto dei prestanome di istituti di credito. In un calcio autogestito e autofinanziato un elemento fa la differenza: il management. La mentalità imprenditoriale italiana, a livello calcistico, appare almeno 10 anni indietro rispetto alle grandi realtà internazionali come Inghilterra e Germania. Rivalutare il brand, esplorare mercati vergini, costruire stadi di proprietà: il calcio pane e salame, fatto di antichi sapori e di gestioni familiari con un padre-padrone, meglio ancora se colorito e pittoresco, non regge più il confronto con il grande calcio europeo. E i risultati in Champions League lo dimostrano.

L’altra dichiarazione interessante riguarda la presunta insostenibilità finanziaria della ricerca del successo ad ogni costo. “La Roma aveva una situazione disastrosa quando gli americani l’hanno comprata. Perché c’era un presidente italiano che si era rovinato per arrivare a risultati perché si doveva vincere a Roma anche la coppa del nonno”. Escludendo la mediocre ambizione di sopravvivenza come obiettivo di un club, appare chiaro come vittorie e gestioni italiane di club non facenti parte delle Tre Storiche siano concetti profondamente antitetici. La Roma e la Lazio ne sono testimoni. E la mancanza di competizione nella Serie A si riflette poi in risultati decisamente scadenti in ambito europeo. Non appare un caso che fra la metà degli Anni 90 e la metà degli Anni 2000 si siano concentrati grandi trionfi italiani in Europa, con un’importante appendice a Berlino nel 2006. Chiusa la fase delle Sette Sorelle la Serie A si è decisamente involuta, vantando qualche successo sporadico per imprese dalle caratteristiche peculiari.

Si riparte dunque da un calcio italiano che mostra istinti di autoconservazione ai limiti della refrattarietà verso il nuovo, in nome di un sano provincialismo di bassa lega volto a non scompaginare e semmai a consacrare gli equilibri al ribasso raggiunti in quest’ultima decade. La moralizzazione fatta di monte-ingaggi da non estendere e di delicati assetti da conservare si è fatta verbo. Novus Ordo Lotitorum.   

GOMBLODDO

Mercoledì scorso si è giocata - in Scozia - la partita di ritorno dei preliminari di Champions tra Celtic Glasgow e Legia Varsavia. All’andata in Polonia i padroni di casa si erano imposti per 4 a 1, nel ritorno sempre i polacchi avevano vinto 2 a 0 e avevano ipotecato il passaggio del turno. Forse. 
Sì perché all’87esimo della gara di ritorno il Legia ha tolto Zyro ed inserito  Bereszynski che era stato squalificato quando ancora indossava la maglia del Lech Poznan (prima del trasferimento a Varsavia) e che quindi non poteva essere schierato. La UEFA se ne è accorta e ha decretato la vittoria a tavolino del Celtic per 3 a 0. Quindi, grazie a quel gol in trasferta, il Celtic avanza nei preliminari di Champions, per il Legia c’è l’Europa League.

(Fonte: phrn)

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E si ostinano a chiamarlo soccer: il 2 agosto l’amichevole tra Manchester United e Real Madrid, disputata allo Ann Arbor Stadium in Michigan, ha demolito il precedente record di pubblico ad una partita di calcio negli Stati Uniti (record stabilito durante le Olimpiadi del 1984). 109.318 persone hanno assistito al match, cosa che nemmeno durante i mondiali di Usa ‘94. Per dovere di cronaca ha vinto il Manchester United di Van Gaal (doppietta di Ashley Young e gol del Chicharito Hernandez; rigore di Bale per gli spagnoli) e lunedì affronterà in finale della Guinness International Champions Cup il Liverpool.

(via Il Post)

Momento nostalgia in attesa dell’inizio della Premier

(qui l’articolo completo)

Il Southampton vende (praticamente) tutti i giocatori e l’allenatore Ronald Koeman fa il simpaticone su twitter.

Il Southampton vende (praticamente) tutti i giocatori e l’allenatore Ronald Koeman fa il simpaticone su twitter.

Mangiabanale

                    
Tavecchio si candida come Presidente della Federazione Italiana Gioco Calcio indicando la trasformazione repentina di “mangiabanane” in titolari di squadre di Serie A come problema principale che affligge il calcio italiano. La frase infelice – perché le gaffes sono una storia ben diversa – si inserisce in un filone ben radicato nella letteratura calcistica italiana, da Middlesbrough ’66 in poi. Ad ogni fallimento della Nazionale le riflessioni sulla responsabilità trovano sempre un “valido” argomento nella presenza in Serie A di troppi stranieri. E troppo scarsi. Dalla chiusura delle frontiere, che impedì l’arrivo di Eusebio all’Inter nell’estate 1966, al titolone della Gazzetta dello Sport, sparato in prima pagina quando ancora il morso di Suarez era visibile sulla spalla di Chiellini, il passo è breve. Il motto della retorica dei cosiddetti osservatori è sempre lo stesso: gli stranieri non fanno crescere i giovani italiani. La versione calcistica del tradizionale topos argomentativo secondo cui gli immigrati ruberebbero il lavoro ai cittadini italiani.

La frase di Tavecchio è stata pronunciata non in uno “sfortunato” fuorionda catturato da qualche giornalista ficcanaso ma nel corso di un discorso ufficiale durante la sua campagna elettorale. Il titolo della Gazzetta dello Sport non è apparso su una minuscola rubrichetta relegata alla ventesima pagina ma sulla copertina del giornale, con approvazione del direttore. Al di là di ogni ipocrisia che annacqua l’estremismo nel politically correct, queste due esternazioni rappresentano frasi ad effetto che catturano l’attenzione, sfruttando trucchi populistici tanto cari a parte della propaganda politica di questi e di altri tempi.

L’intento più o meno scientemente razzista di Tavecchio e della Gazzetta è quello di ridurre alla semplicità estrema la complessità dei problemi della realtà. Un atteggiamento prettamente populista che propone soluzioni facili per far fronte a difficoltà che meritano un’analisi più approfondita. Il Carneade dalla pelle scura che arriva in Italia per giocare mezza stagione in Serie A è il simbolo di un sistema che per ragioni finanziarie preferisce acquistare stranieri a prezzo stracciato piuttosto che investire sui vivai e soprattutto dare spazio a giovani convocabili in Nazionale. Dopo la sentenza Bosman il romanticismo del Piacenza italiano di Guerini è nostalgia da consegnare alle pagine degli almanacchi, essendo ormai quasi impossibile mantenere una squadra interamente italiana.

Se il “mangiabanane” trova subito spazio in Serie A è anche merito, o colpa, di un sistema-calcio vecchio quanto le istituzioni italiane. Inaffidabilità, grumi di potere, mentalità imprenditoriale di respiro poco internazionale, stadi vecchi, burocrazia lenta, pressione fiscale alta e inefficiente: questo mix di ingredienti, senza riforme strutturali, è destinato a tenerci lontano dai capitali che contano per rilanciare la Serie A. Una Serie A in grado di lanciare Verratti in una grande squadra italiana capace di vincere la Champions League. O un calcio italiano che è in grado di trattenere gli stranieri migliori, chiocce di futuri campioncini italiani. Ma con Tavecchio Presidente è probabile che, in cambio di qualche “mangiabanane” in meno, la Serie A sarà destinata ancora ad esprimere calciatori italiani DOC ma incapaci di fare la differenza ad alto livello ai Mondiali. Nonostante una difesa da 102 punti.    

Noi viviamo per - Best of Brasile 2014

Puntate complete

Prima puntata
Seconda puntata
Terza puntata
Quarta puntata
Quinta puntata

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Noi viviamo per:

Il fracaso della Spagna per 1-5 contro l’Olanda, il volo d’angelo di Robin Van Persie, la sigaretta e la birra durante l’intervallo di Inghilterra-Italia a 0.45 che parevano le 21.45, la punizione zigzag di Pirlo contro l’Inghilterra, l’autogol di Valladares deciso dalla goal technology in Francia-Honduras 3-0, Buffa racconta Persepolis-Esteghlal prima di Nigeria-Iran, l’invasione della sala stampa del Maracanà da parte dei tifosi cileni senza biglietto, la Spagna eliminata dopo 2 partite, i 10 guerrieri greci di Natal, il Terzo Morso di Suarez, le dimissioni del contribuente Prandelli, la Costa Rica prima nel girone della morte, Muntari cacciato dal ritiro del Ghana per aver inseguito un dirigente brandendo una bottiglia rotta, Obama che vede Germania-USA sull’Air Force One, l’autogol in rovesciata di ginocchio di Boye contro il Portogallo, Akinkeef sul primo volo per la Siberia, la traversa di Pinilla contro il Brasile al 119*, il ritorno di Julio Cesar, il golazo di Re Hames Rodriguez contro l’Uruguay, le parate di Ochoa, Howard e Keylor Navas, Neuer portiere di movimento contro l’Algeria, gli ultimi 5 minuti di Argentina-Svizzera, la folla davanti all’ospedale per sentire le voci sulle condizioni di Neymar dopo Brasile-Colombia, la sostituzione di Krul con Cillesen prima dei rigori dell’Olanda contro la Costa Rica, i 76 secondi fra lo 0-2 e lo 0-5 di Brasile-Germania, i 16 gol di Klose record mondiale, Brasile come Haiti e Zaire nel prendere 5 gol nel primo tempo di una partita Mondiale, il 7-1 del Mineirazo, il dies horribilis brasiliano completato dall’Argentina in finale, il gol annullato ad Higuain nel primo tempo della finale, l’accelerazione di Messi da Diez, il palo di Howedes nel recupero del primo tempo, Sabella che prova a sorpassare all’ultimo Scolari nel Premio Allegri per la sostituzione nell’intervallo Aguero per Lavezzi, il gol di Gotze entrato dalla panchina, la Germania prima squadra europea a vincere un Mondiale nel continente americano.

Ite, missa est. E ora si contano i giorni che mancano al ritorno della Serie A. Perché, per quanto possano essere brutte, non possiamo fare a meno delle domeniche di campionato.

Tradimento

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Minuto 123° della finale mondiale al Maracanà fra Germania e Argentina. Punizione per l’Albiceleste da 35 metri per riacciuffare i rigori che ormai sembrano lontanissimi. Leo Messi guarda verso la porta, poi si gira verso destra. Tre passi di rincorsa, a falcata sempre più lunga. La traiettoria del pallone non dà mai l’impressione di essere pericolosa e il tiro finisce a 5 metri al di sopra della traversa di Neuer. L’Argentina perde il Mondiale del destino e Messi è costretto a rinviare, probabilmente per sempre, la scalata all’Olimpo degli immortali.

Voler decidere il Mondiale da solo. Il senso della punizione di Messi, troppo lontana dalla porta per poter impensierire seriamente un portiere di medio livello –figuratevi Neuer- è tutta lì. Passaggio dolce verso i saltatori argentini riversatisi in area tedesca o schema con i compagni per provare il tiro da fuori area da una distanza minore: le opzioni percorribili erano diverse e sicuramente più sensate. Ma Messi ha voluto andare per i pali, perché era l’ultimo, disperato, momento per entrare nel mito. E l’improvvida esecuzione del calcio piazzato ha rappresentato il tradimento non solo di un intero Paese ma di milioni di appassionati di calcio.

La premiazione del Pallone d’oro del Mondiale è apparsa ai limiti del grottesco. Leo Messi, che ha disputato il suo miglior Mondiale di sempre ma non è mai riuscito a sfruttare completamente il suo enorme talento, ha ricevuto un crudele premio-copertina. Prima della premiazione dei campioni del mondo tedeschi la Pulce ha dovuto salire i 12 gradini di un patibolo mediatico personale, costretto a trattenere l’amarezza e il pianto dello sconfitto. Tutto questo al Maracanà, davanti a migliaia di brasiliani compiaciuti del triste destino riservato anche ai propri storici rivali. Secondi come primi degli sconfitti. Una beffa per il simbolo dell’Argentina e un mezzo gaudio per un popolo deluso che, quantomeno, ha evitato l’Apocalisse calcistica. Da Messi non un accenno di sorriso, non una lacrima. Una maschera apparentemente imperturbabile dietro cui si celano i ripetuti vomiti da nervosismo. Ma il capo chino della discesa dal palchetto ha rappresentato l’emblema di un fallimento, interiore ed esteriore, in diretta tv davanti a oltre un miliardo di spettatori.

E nel fallimento di Messi naufragano anche i sogni di chi ha bisogno di simboli generazionali a cui attaccarsi. In molti hanno sperato che Germania-Argentina fosse la Partita di Messi. E, non essendo di nazionalità argentina, il motivo recondito e inconscio di questo desiderio stava nella possibilità di dire “io c’ero”. Io c’ero quando ho visto Messi dribblare in serie i tedesconi alti due metri e segnare un gol che il nuovo Federico Buffa della tv italiana nel 2050 racconterà nella puntata dedicata a Brasile 2014. Non abbiamo avuto la possibilità di assistere a Brasile-Argentina in finale Mondiale, almeno abbiamo assistito all’Ascensione di Messi, la deificazione del talento che assurge a onnipotenza calcistica. Niente di tutto questo è avvenuto, ed è questo il motivo per cui ci sentiamo traditi da Leo Messi. Non riusciamo a trovare un simbolo definitivo della nostra generazione da tramandare ai posteri, e restiamo ancorati alla nostalgia di cose mai vissute o mitizzate dagli ormoni adolescenziali come Zidane e Ronaldo. Su quella punizione c’eravamo tutti, attorno a lui. Abbiamo soffiato e pregato che la traiettoria del pallone si abbassasse sotto l’incrocio dei pali, per regalare il pareggio all’Argentina e magari la Coppa del Mondo. No, non è successo. I predestinati sono stati e saranno altri numeri 10, non Leo Messi. E sono altri che potranno dire “io c’ero” quando un uomo vinse il Mondiale da solo.