Una immagine che narra appieno come è cambiato (in peggio) il calcio negli ultimi 30 anni.Sarà perché mi immedesimo sempre con gli sconfitti e i perdenti, ma simpatizzo per Moyes. Non come i rivali che godono per il periodaccio dello United, ma perché credo che gli allenatori siano sempre i meno responsabili in caso di una stagione sfortunata. Anche e soprattutto se sei costretto a subentrare a quasi trent’anni di regime fergusoniano. Una decisione, quella di licenziare Moyes, affrettata. E come se non bastasse circola la notizia che l’annuncio dell’esonero sia stato posticipato per delle regole del New York Stock Exchange, la borsa americana, dove il Manchester United è quotato. Un calcio che dipende dalle borse non è (più) il calcio in cui credo e con cui sono vissuto.

Una immagine che narra appieno come è cambiato (in peggio) il calcio negli ultimi 30 anni.
Sarà perché mi immedesimo sempre con gli sconfitti e i perdenti, ma simpatizzo per Moyes. Non come i rivali che godono per il periodaccio dello United, ma perché credo che gli allenatori siano sempre i meno responsabili in caso di una stagione sfortunata. Anche e soprattutto se sei costretto a subentrare a quasi trent’anni di regime fergusoniano. Una decisione, quella di licenziare Moyes, affrettata. E come se non bastasse circola la notizia che l’annuncio dell’esonero sia stato posticipato per delle regole del New York Stock Exchange, la borsa americana, dove il Manchester United è quotato. Un calcio che dipende dalle borse non è (più) il calcio in cui credo e con cui sono vissuto.

Logico

Sabato pomeriggio. Diserto inizialmente la Serie A, le vie del centro, la tv satellitare e le pinte di birre per virare nel disastrato stadio comunale, dove la compagine locale sfida in amichevole una selezione brasiliana, l’ingresso gratuito serve a comprare la mia nostalgia per un calcio dal vivo che ho sempre visto troppo poco, nella mia vita. Sbaglio l’entrata, finisco in un angolo morto vicino alla bandierina, chiuso dal chiosco di bibite con le serrande abbassate e insegne ingiallite che celebrano un passato prossimo di una società che ha già fatto in tempo a fallire in questo nuovo millennio. Un’anziana signora spunta dallo Spal Point, con un’andatura lenta, lentissima che stona bonariamente con i neologismi che vorrebbero trascinare nel futuro una squadra un tempo glorioso. E invece nel futuro ci finiscono soltanto le nomenclature, e in questo sabato di sosta e di amichevoli c’è spazio soltanto per la malinconica decadente dissonanza di un’anziana che mi rimbrotta per essere entrato allo stadio dal punto sbagliato. Me ne scuso, sentendo acuito in me il senso di colpa già incalzante per tutto il calcio che non ho mai visto, da quando mi professo tifoso, quindi da sempre, per tutto il calcio che ho intuito, scimmiotato, travisato, sublimato, bistrattato e mal interpretato, ma visto, calcio mio, davvero poche volte. Salgo la tribuna pari alzandomi il bavero del giubbotto per coprire la vergogna, entro in un tempio di Calcio giocato, “troppo poco intelligente”, con i muri bianco e azzuri appena ridipinti, perché se i giorni migliori non si possono riportare in vita almeno i colori servano a renderci presentabili, come i nomi inglesi messi in bocca a nonne bonarie. Ci saranno duecento spettatori ad assistere all’amichevole, e la prima cosa che noto non è tanto il lentissimo ritmo di gioco o il numero di volte in cui il numero 2 della squadra ospite imposta l’azione (sproporzionato, per essere un terzino), e nemmeno la faccia corrucciata del portiere di riserva, costretto a sporcarsi la tuta di erba per tuffarsi a prendere palloni lanciati da una distanza breve quanto la sua voglia di essere lì a bordocampo, mentre i suoi compagni giocano, e lui anche oggi, in un sabato santo, non è riuscito a ingraziarsi il dio allenatore, nemmeno il portiere di riserva che si allena dietro la panchina, noto per primo. No, la prima immanenza che mi spettina è il verde del campo, scintillante sebbene macchiato qua e là dall’incuria di una serie semiprofessionistica, un verde fiero, onesto e rigoglioso che scriverebbe la parola “fine” a tutte le disquisizioni sul perché il calcio serva ad arrivare alla fine del mese. Quel verde non esiste statistica o articolo oltre le 7000 battute che riesca a renderlo anche solo in minima parte, e mi si stringe il cuore perché so che soltanto con la retorica riuscirei a rendervi l’idea. Ma quel verde dell’erba di uno stadio comunale non si merita celebrazioni o guerre di religione costruite per un pugno di page view, quanto il mio silenzio colpevole di spettatore televisivo e fondatore di blog pseudointellettuali calcistici. Andate a vedere cos’è il calcio guardando i colori, e ascoltando le madri di famiglia che consigliano di schierare tale Buscaroli “perché in fondo è bravino dai”, e mettete loro nei vostri cannoni e nelle vostre mistificatrici copertine, perché il calcio non è intelligente, è trasversale e vero e logico, nella sua basilarità: riempire questi sabati (e domeniche) dove pure i tabaccai sono chiusi e pure i bar del centro non trasmettono la Serie A, e mi costringono a entrare in un locale gestito da cinesi furbi abbastanza da offrire Mediaset Premium nel centro storico di una cittadina piena di turisti in gita. Logico che si riempia di un po’ di tutti: immigrati dell’est, vecchietti che litigano con immigrati dell’est in dialetto, padri di famiglia con lo zaino e bambini con una mano aggrappati al padre adorante lo schermo e con l’altra ghermita da una madre sulla soglia, a tirare per le redini una famiglia in ritardo sulla tabella di marcia. “Ancora cinque minuti, fammi almeno vedere la punizione”: qui sta il calcio, in questa supplica patriarcale e infantile allo stesso momento, e nel pallone che esce, sorvolando la barriera e la traversa.

126 anni fa oggi nasceva la Football League

126 anni fa oggi nasceva la Football League

Everton are with you, you know that. Everton remembers. We always will Roberto Martinez, allenatore dell’Everton, all’Hillsborough memorial day a Anfield ieri.

Beautiful Games: imaginary footballer album covers pt 2

(via The Guardian; artist: James Taylor)

Beautiful Games: imaginary footballer album covers

(via The Guardian; artist: James Taylor)

(Fonte: jaqens-hghar)

Cite Arrow reblogged from itsababyshambles
Sciarpe donate dai supporter di squadre di tutto il mondo hanno occupato 96 seggiolini - il numero dei morti della tragedia di Hillsborough - durante il memorial day di oggi ad Anfield(foto di Made in England)

Sciarpe donate dai supporter di squadre di tutto il mondo hanno occupato 96 seggiolini - il numero dei morti della tragedia di Hillsborough - durante il memorial day di oggi ad Anfield
(foto di Made in England)

Every time Steven Gerrard drives into Anfield, his eyes are drawn to the Hillsborough memorial. He sees the 96 names and he knows that the youngest of them is his cousin Jon-Paul Gilhooley. “The same as me,” Gerrard says, when asked to describe Jon-Paul. “A Liverpool fan from a council estate. Loved his footy, kicking around in the street. Same as me, just a year older.” Jon-Paul was 10. 25 anni fa la tragedia di Hillsborough. Steven Gerrard perdette un cugino, le lacrime al termine della partita contro il City sono state (sicuramente) anche per lui
(fonte The Guardian)

"Solo una volta ho visto una curva segnare"
José Mourinho riferendosi alla Kop di Liverpool

"If we [Manchester City] don’t win it [the premier league], I hope Liverpool win it"
Noel Gallagher

(photo courtesy of @diotifaboca)