Paolo Di Canio, oltre a essere l’allenatore dello Swidon Town dei (quasi) miracoli - scorrete in giù gli articoli - è anche appena diventato una firma del giornalismo sportivo inglese. Il sito della BBC infatti ospiterà mensilmente un articolo dell’ex giocatore della Lazio. Il primo di una lunga - si spera - collaborazione è leggibile a questo link: http://rdd.me/lrv2ucgo
Agosto 2012
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ACF Fiorentina comunica che l’operazione di acquisizione del calciatore Dimitar Berbatov è saltata definitivamente dopo che era stato definito un accordo con il Manchester United (scambio di contratto condiviso, prima rata del corrispettivo in pagamento e garanzia fideiussoria per la seconda rata già sottoscritta) e dopo che era stata raggiunta un’intesa verbale con il calciatore sul suo contratto. Nella giornata di oggi, il club inglese aveva concesso al suo tesserato il permesso scritto di recarsi a Firenze per le visite mediche e per firmare il contratto. Il calciatore si era imbarcato, in compagnia del suo procuratore e con biglietti pagati dalla Fiorentina, su un volo diretto a Firenze. Ma a Firenze il giocatore non è mai arrivato. A causa di operazioni spericolate e arroganti di altre società, che niente hanno a che fare con i valori della correttezza, del fair play e dell’etica sportiva e che si collocano oltre i confini della lealtà. Per quanto riguarda il calciatore, al di là delle sue caratteristiche e del suo valore tecnico, a questo punto siamo felici che non sia venuto alla Fiorentina: non meritava la nostra città e la nostra maglia e i valori che essa rappresenta.
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Mentre Maicosuel tirava un loffio e insensato cucchiaio che negava all’Udinese l’accesso alla fase finale della Champions League, un italiano all’estero festeggiava una grande impresa calcistica. Lo Swindon Town di Paolo Di Canio, squadra neopromossa in League One (corrispondente alla Lega Pro 1), ha battuto a domicilio per 3-4 dopo i tempi supplementari, nel difficile Britannia Stadium, lo Stoke City. Il secondo turno della Coppa di Lega, ha salutato come giant killer, con merito, la squadra del sud-ovest dell’Inghilterra, attualmente in testa dopo 3 partite. In vantaggio per 2-0 alla fine del primo tempo con doppietta di Collins, lo Swindon si è fatto rimontare nell’ultima mezz’ora con gol di Jones e Walters. Fuochi d’artificio nei supplementari: Flint riporta in vantaggio di nuovo i Robins, agguantati da Crouch al 111° minuto. Ma lo Swindon non molla e nel finale di partita arriva il tris di Collins, che sancisce il passaggio al terzo turno di Capital One Cup della neopromossa.
Di Canio, ai microfoni della BBC, ha paragonato la prestazione dei suoi giocatori a quelle sfoderate dal Barcellona. Al di là dell’iperbole esagerata lo Swindon ha avuto una grande crescita rispetto alla gestione precedente, quando l’ex laziale definiva i componenti della squadra “i suoi chihuahua”, in virtù della presunta mancanza di attributi. Di Canio si è presentato l’anno scorso subito da sergente di ferro, proibendo ai suoi calciatori qualsiasi taglio di capelli eccentrico e dall’aspetto poco virile. La cura militare ha sortito i suoi benefici effetti perché, oltre alla promozione da primo in classifica, è arrivata anche una vittoria a sorpresa a Wigan nel quarto turno di FA Cup. Purtroppo non sono mancati episodi spiacevoli, come le accuse di razzismo da parte di un calciatore dello Swindon, Tehoue, nei confronti dell’allenatore romano, che ha costretto la FA ad aprire un’inchiesta sul fatto e la società a scusarsi ufficialmente. Nello scorso inizio di stagione, al momento della nomina di Di Canio, era montata la protesta: lo sponsor dello Swindon Town, il sindacato di sinistra GMB Union, diede l’addio a causa delle mai celate simpatie fasciste dell’allenaotre. Dopo un periodo di incertezza la società ha confermato Di Canio al suo posto, e i risultati le hanno dato ragione.
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Ieri sera l’Udinese è stata eliminata ai rigori dallo Sporting Braga nei preliminari di CL. Colpa della sfortuna e (sopratutto) dei demeriti dei bianconeri che non sono stati in grado di sfruttare le occasioni prodotte della bravura del portiere avversario, degli errori maldestri, colpa della bestialità di uno sbarbino. Ha perso. Punto e basta. Peccato.
Questo è quello che ha detto il campo. Un fatto. La conseguenza è che l’Udinese giocherà l’Europa league mentre difenderanno i colori delle squadre italiane in CL una solida Juventus (rinforzata proprio da due ex friuliani) e da un Milan che sembra una corrida di dilettanti allo sbaraglio.
Ma sui giornali oggi o leggendo i commenti su twitter o ascoltando le chiacchiere nel bar sentirete che la sconfitta dell’Udinese rappresenta un’umiliazione per il calcio italiano.
Si dice che l’Udinese avrebbe vinto se avesse tenuto i suoi campioni anzichè venderli al migliore offerente (a parte Sanchez, tutti venduti a squadre italiane). Poco importa se è una delle poche società con i bilanci in regola, se fino a un giorno prima si erano lodate le doti manageriali e dirigenziali del suo staff. Poco importa se questi discorsi non valgono per le squadre che negli altri anni hanno trattato come un birramoretti le altre competizioni europee (perchè Inter, Juve, Roma, Lazio e MIlan hanno sempre vinto per difendere il calcio italiano e non per il proprio interesse vero?). Sembra quasi che l’Udinese abbia fatto apposta a perdere, un dispetto verso le grandi.
Così Improvvisamente una squadra spersa nel nordest diventa il colpevole di tutti i mali del calcio nazionale.
Si arriva a presumere o ipotizzare che l’Udinese pagherà queste colpe, questo peccato capitale, con una maggiore rigidità degli arbitri in campionato impedendole di fatto di avvicinarsi nuovamente alle competizioni europee. Come se loro non fossero degni di tale onore. Come se le qualificazioni non fossero meriti da conquistare sul campo ma decisi a tavolino.
Il brillante ultimo campionato ha dato il merito, il diritto e la libertà all’Udinese di giocarsi le sue possibilità, di vincere o di perdere, di provarci in ogni caso. La partita di ieri sera ha mostrato chiari limiti degli uomini di Guidolin, forse anche dello stesso allenatore (che rimane uno dei migliori uomini, e quindi anche uno dei migliori allenatori del calcio italiano). Ma il resto conta poco, conta solo il campo.
Oggi non è tempo di complimenti per loro. Non è andata bene e pazienza. Ma se iniziamo a ridurre ogni singola cosa di questo sporco mondo calcistico a una mera questione economica, di soldi e di monete, di diritti divini e non di meriti conquistati con il talento, la tecnica e il pallone dei piedi allora possiamo davvero dire che la fine del nostro calcio è arrivata e non certo per colpa di un cucchiaio sbagliato.
Internazionale » Opinioni » Il campionato più pazzo del mondo
Il periodo di crisi del calcio italiano coincide con un periodo poco felice (proprio per non dire di crisi) del giornalismo sportivo italiano. Dove i mediocri hanno sempre più spazi mentre giornali e tv dimenticano o nascondono quelli più bravi.
Così, ci affidiamo sempre più spesso ai corsivi di John Foot su Internazionale. È inglese e non scrive per difendere tifoserie, squadre o fazioni. Scrive per mestiere e passione, senza altri interessi o corruzioni. La più lucida analisi per capire il presente del calcio italiano.
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A 3 giorni dall’inizio del campionato la Serie A vive il suo punto di minimo in termini di qualità pallonare. Le sceiccocrazie europee, affamate di campioni e dotate di ingenti capitali, sempre più attingono all’Italia per rinforzare il tasso tecnico delle loro squadre. Solo nell’ultima estate Ibrahimovic Thiago Silva e Lavezzi sono sbarcati a Parigi, senza considerare il talentino Verratti. De Rossi ha fatto una scelta di cuore ed è rimasto a Roma, ma le sirene del City sono state assai ammalianti e pressanti. Anche Jovetic è nel mirino di Mancini. Ramirez è stato a un passo dal Southampton, squadra neopromossa di Premier League, non proprio una corazzata.
La Serie A, da centro del mondo, è diventata la riserva ad uso e consumo dei club più facoltosi, mentre le nostre società fanno sempre più fatica a trattenere i campioni. Lo zeitgeist montiano dell’austerity e della spending review, per via anche della crescente pressione fiscale sui club, ha fatto da modello per tagli al monte ingaggi, con l’obiettivo, tra gli altri, di rientrare nell’incerto e poco autoritario Fairplay finanziario, che non sembra far paura al PSG. La mancanza di investimenti, dettata da una diffidenza, non del tutto immotivata, da parte di fondi esteri, ha comportato negli anni un ridimensionamento cui anche Moratti obbedisce. Il campionato italiano, così, è divenuto un porto di sbarco per talenti stranieri in cerca di fortuna, destinati però ad affermarsi altrove. Insieme ai campioni esteri anche gli italiani, come Verratti, per non parlare degli allenatori, sembrano seguire le orme degli scienziati del Belpaese che, in mancanza di stimoli e strutture, hanno deciso di espatriare alla caccia di successo e soldi.
L’attrazione del campionato più bello del mondo è svanita del tutto, e molto probabilmente la crisi è destinata ad aggravarsi. A meno di clamorosi colpi di scena questo mercato è il primo a non aver visto un campione in entrata (l’anno scorso Forlan fu l’acquisto di grido), a fronte di tante partenze eccellenti. L’ingaggio pesante è diventata la nuova espressione diabolica da rifuggire ad ogni costo, in linea con l’austerity. Il potere economico dei club si sta polarizzando sempre di più: la parità di bilancio, così come è voluta dalla UEFA, attualmente è una pura chimera, e l’autofinanziamento non può competere con le fresche ricapitalizzazioni di nuove ricche proprietà. La tendenza alla periferizzazione del calcio italiano, così come dell’Italia a livello economico, è netta, e l’inversione non può essere causata certamente da ricette di stampo tedesco, come la riduzione della spesa per rilanciare la competitività. Nel calcio, con buona pace di Lotito, vince, alla lunga, chi spende di più, in modo oculato. In un anno fortunato può pure alzare la Champions League anche una squadra outsider, ma l’intelaiatura tecnica dev’essere di livello per lottare al vertice, e per sostenerla è necessario un budget importante. Invece in Italia si assiste a una pericolosa asta competitiva al ribasso: poiché per vincere lo scudetto bastano pochi ritocchi e pochissimi campioni, i club tirano ancor di più la cinghia, nell’illusione di poter mantenere la posizione acquisita, mancando l’effetto di trascinamento che provocherebbe l’improvviso palesarsi di un club facoltoso. Il livello ormai imbarazzante della Serie A permette a molte squadre di lottare potenzialmente per lo scudetto e i posti UEFA, ma sempre più il gap con le europee aumenta. Portare in Champions League una squadra agli ottavi di finale quest’anno sarà impresa ardua (la Juventus non ha ancora un organico europeo, e il suo tipo di gioco dispendioso a livello fisico presenterà conti pesanti, mentre il Milan è palesemente indebolito. In bocca al lupo all’Udinese, terza squadra italiana), e in Europa League l’impegno delle italiane sarà tutto da verificare. Tutto questo ha un costo: fra un anno saremo superati nel ranking UEFA dal Portogallo (sì, quel Paese che ha mandato due squadre in finale di Europa League), mentre la Francia, trascinata in futuro dal Paris Saint Germain, e l’Olanda bussano alle porte. Settimo posto nel ranking equivale a inviare solo due squadre in Champions League.
La perdita di fascino del calcio italiano sembra inarrestabile e la necessità di scelte coraggiose si fa sempre più impellente. 12 anni fa le prime sette squadre avevano almeno tre campioni a testa. Ora la razione si è ridotta notevolmente. Buon campionato a tutti.
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Fortuna che sta per finire, l’estate calcistica della grossa grisi iniziata con la drammatica e imbarazzante finale europea contro la Spagna e proseguita peggio.
Fortuna che stanno per iniziare i campionati (oggi la Premier League, domani la Liga spagnola, la prossima settimana la serie A) e si ritornerà a parlare di calcio giocato.
Fortuna che sta per finire il calcio mercato più deprimente degli ultimi anni. Tutti a scongiurare nuove cessioni, piuttosto che nuovi acquisti. Perchè forse per la prima volta nella storia nessuna squadra e nessun tifoso può definirsi contento della propria estate. Ma al di là dei singoli casi, è il calcio italiano che sta vivendo uno dei suoi momenti più deprimenti. Mancano uomini e idee. Non sanno cosa fare, miagolano nel buio.
Fortuna che tornerà il pallone ad essere al centro delle chiacchiere calcistiche e non i processi, le scommesse, le procure, gli over e gli under, i milioni.
Perchè al di là di tutto, non mancheranno motivi per appassionarci a questa incerta annata calcistica. La Juve campione d’Italia, rinforzata nei numeri ma senza quel Numero 10 che tanto di bello e buono ha fatto. Un milan medio borghese, senza le sue stelle. Un Inter da scoprire. La Roma spavalda di Zeman. E i grandi derby che ritornano. E all’estero ci sarà il Real più forte, il Barcelona senza Guardiola, lo United con Van Persie, il PSG eccessivo e spendaccione e ancora e ancora e ancora…
Speriamo bene.
Esattamente vent’anni fa, oggi, iniziava la prima stagione di Premier League, nuovo nome con cui venne chiamato il campionato di First Division inglese.
La prima partita di quella nuova avventura calcistica fu Sheffield Utd contro Manchester Utd. Ad affermarsi furono i padroni di casa con una doppietta di Deane al 5’ e al 50’ cui rispose inutilmente Hughes a mezzora dal termine. Ryan Giggs aveva 18 anni quel sabato, e lunedì prossimo si accingerà a giocare la partita 599 con la maglia dello United:
A quel primo campionato presero parte le seguenti squadre:
- Arsenal
- Aston Villa
- Blackburn Rovers (attualmente in Championship dopo la retrocessione al termine della scorsa stagione)
- Chelsea
- Coventry City (ora nella League One, il terzo livello calcistico inglese)
- Crystal Palace (ora in Championship)
- Everton
- Ipswich Town
- Leeds United (attualmente militante in Championship)
- Liverpool
- Manchester City
- Manchester United
- Middlesbrough (anche esso disputa la Championship)
- Norwich
- Nottingham Forest (ora in Championship ed allora allenato da un certo Brian Clough)
- Oldham Atlethic (attualmente disputa la League One)
- Queen Park Rangers
- Sheffield United (in League One)
- Sheffield Wednesday (altra squadra di Sheffield da non confondere con lo United. Sono stati promossi in Championship al termine della scorsa stagione)
- Southampton (promossi in Premier League al termine della scorsa stagione)
- Tottenham Hotspur
- Wimbledon (club scomparso al termine della stagione 2003 – 2004)
A vincere il campionato fu il Manchester United, che da allora si impose per 12 volte nel corso dei 20 campionati di Premier League disputati:
Verdetti:
- Manchester United campione e ammesso al primo turno della Champions League
- Aston Villa e Norwich ammessi al primo turno della Coppa Uefa
- Arsenal – vincitore della Coppa delle Coppe contro il Parma – ammesso al primo turno della stessa manifestazione
- Crystal Palace, Middlesbrough e Nottingham Forest retrocessi nella (allora) First Division
Marcatori:
- Teddy Sheringham (Nottingham Forest, Tottenham Hotspur): 22
- Les Ferdinand (Queens Park Rangers): 20
- Dean Holdsworth (Wimbledon): 19
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I ragazzi. In simpatia, nè.#amala twitter.com/NicoSavi/statu…
— Nicola Savino (@NicoSavi)
Ieri sera, dalla parte interista dello stadio di Spalato. Siamo già in clima campionato.