Metti un Pirlo sotto l’albero

La regola è semplice: i Mondiali altro non sono che gli Europei con, in più, Brasile e Argentina. Quelli che sono partiti venerdì scorso altro non sono che l’esposizione della scuola calcistica più efficiente e potente del pianeta. Il calcio migliore si gioca dove ci sono le squadre più forti, i tecnici più preparati, una cultura più solida e, soprattutto, circolano i denari. Gli Europei proprio per questo rappresentano il torneo più equilibrato, forse meno romantico ma sicuramente appuntamento immancabile per chi vuole provare a capirci qualcosa sul calcio.

Fissato questo indispensabile paletto, è bene ricordare anche come l’Italia in questo equilibrio non sia mai riuscita ad emergere, eccezione fatta per il titolo vinto grazie a una monetina lanciata in aria nell’ormai lontano 1968, e poi sfiorato nel 2000 grazie alla dignità di Dino Zoff in panchina, prima che Trezeguet ci castigasse con l’orrenda regola del Golden Gold. Da sempre portatori insani di un calcio pratico imbastito con sufficienti dosi di tecnica e merletti, l’Italia trova più respiro in un contesto mondiale dove può agevolarsi grazie a fortuna, squadre materasso e imprese epiche che riescono a tirar fuori orgogli e pruriti interni. In Europa invece tutto è più ingessato, per la premessa iniziale, tutti conoscono tutti ed emergere è molto più difficile.

Prendiamo la Spagna, per esempio. Prima di diventare Campioni del Mondo e d’Europa, rischiarono di essere eliminati, nel 2008, nei quarti dell’Europeo proprio contro l’Italia. Poi, fu il trionfo, l’inizio di una messa cantata di un calcio ricamato, cesellato da piedi deliziosi di piccoli e ruminanti giocolieri come Xavi e Iniesta, già eroi con il Barcellona. Un incessante Bolero di Ravel che sublima il suo crescendo solo dopo diverse note rovesciate sul campo. Incantatori di serpenti, flautisti che conducono i topolini ipnotizzati giù dal burrone. Ma anche a loro, sui banchi dell’università del Calcio, è capitato appunto di steccare, viziati da quell’insopprimibile difetto di non volerne proprio sapere di tirare in porta.

La scena emblematica, del rispetto e della paura che incutono, ma allo stesso tempo dell’umanissimo limite dei flautisti spagnoli, l’abbiamo potuta ammirare nella sfida tra Spagna e Italia di oggi, quando, durante un primo tempo abbastanza soporifero, il seducente David Silva è entrato in area come un gattone, praticamente solo di fronte a Buffon, ma invece di scaricargli in faccia un tiro come il calcio pratico richiederebbe, ha addirittura passato la palla all’indietro. Facendo ricominciare tutto da capo: gli orchestrali iberici si sono leccati la punta delle dita, hanno sfogliato lo spartito e ripristinato nuovamente il loro Bolero. In quel momento abbiamo capito che sì, stavamo assistendo ai livelli più alti dell’espressione calcistica europea, e sì, tutto sommato c’erano dei limiti, in questo, limiti da interpretare, da sfruttare, per provare a vincere.

Ma non è stata questa la morale di Spagna-Italia. Prandelli, in conferenza stampa alla vigilia della partita, disse che si sentiva “felice e sereno come un bimbo che aveva fatto i compiti”. Ma del bimbo giudizioso il nostro commissario tecnico ha sfruttato non le ore diligenti di studio, ma qualcosa di molto poco italiano, se vogliamo, di molto poco pragmatico ma allo stesso tempo elementare: “Clear Eyes, Full Hearts, Can’t Lose!”. I bimbi hanno gli occhi puliti, e i cuori pieni, ed è con questo approccio che abbiamo affrontato i migliori del Mondo. Prendete De Rossi, con le maniche lunghe, il cielo negli occhi e la barba arruffata, sembrava un ragazzino piazzato là dove non dovrebbe stare ma che si rimbocca le maniche e spazza via tutti i palloni che gli capitano appresso. Una mossa illogica, non esattamente italiana, quindi, nel senso calcistico del termine, eppure ha funzionato. Prendete Balotelli, sì, Balotelli che verrà ovviamente affossato per quell’incredibile indolenza davanti a Casillas, e subito sostituito: l’erba del campo non si ricorderà di quell’errore, ma dei tre pugni tre che ha ricevuto nel primo tempo, una rabbia così puerile che faceva anche tenerezza, scaricata dopo un contrasto con Piquè, sempre nel primo tempo.

E’ stata un’Italia che ha deciso di essere bambina, che nel secondo tempo ha sbandato paurosamente, in un paio di occasioni, quando la difesa si è aperta come una bolla di una gomma da masticare, come un vetro di una finestra rotto da una biglia lanciata da bimbi maldestri. Eppure, è stata un’Italia piccola e dai capelli spettinati, che ha segnato per prima, con un bagliore acceso da Andreapirlo, tutto attaccato, commovente, e una sventagliata di Di Natale, solitamente balbettante con la Nazionale ma questa volta piccolo e lesto nell’acciuffare il pacco dono recapitato dal Sommo Pontefice del Centrocampo italiano. Poi ci sarebbe il gel nei capelli di Cassano, pesante come un bimbo goloso di merendine e rallentato da infortuni cardiaci alla Julian Ross, ma con gli occhi che sapevano ancora dove voler indirizzare la palla. E l’inadeguatezza generale, tipica di una classe di scolari di fronte a gente molto più scafata di loro, gli Spagnoli campioni del mondo, che mi ha fatto sorridere più volte prima ancora che imprecare. C’è molto di infantile, in questo approccio voluto da Prandelli, gandhianamente ostinato nel voler perseguire un’idea, prima ancora che una vittoria, una rivoluzione che parte dalla panchina, se non dal letto dove finora tutti i bambini del calcio italiano sono stati lasciati a dormire.

Reduci da scandali e polemiche, privi di veri Fuoriclasse, oggi è stato chiaro quale sia la strada scelta per provare a vincere: giocarsela, tutto sommato, giocarsela con dignità prima ancora che con cinismo, con freschezza, piedi buoni e animi volitivi, senza creare bunker o sentirsi militari in trincea. Abbiamo pareggiato contro i campioni del Mondo, siamo solo alla prima partita, probabilmente senza la paura dell’esordio di fronte ai più forti andremo incontro a figure barbine contro smaliziati croati, ma stasera, quando la partita è finita, un sorriso mi è scappato, e non per il risultato, e fuori, dalla finestra soffiava il vento. Respiriamo.



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