[Per ingannare l’attesa della semifinale contro la Germania, vi consigliamo di leggere la prima puntata del viaggio nell’Europeo polacco ucraino che inizia poche righe qui sotto. Parole e fotografie sono del nostro amico e corrispondente Andrea (per i più curiosi, cliccate qui), che ringraziamo di cuore]
LE STRADE DI BRESLAVIA
I primi clacson e i primi cori si iniziano a sentire per le strade di Breslavia attorno alle due di pomeriggio: non una, non due ma circa sei ore prima del fischio d’inizio di Polonia - Repubblica Ceca. Forse c’era da aspettarselo, dalla brillante città universitaria che ospiterà l’ultima gara polacca in questi Europei 2012: le bandiere bianco-rosse non sono mai scomparse dai balconi né dai finestrini delle auto, nonostante i due pareggi consecutivi che hanno costretto i padroni di casa a uno scontro diretto con i propri confinanti a ovest.
Ma forse non è solo entusiasmo di ospitare una gara internazionale, né questa specie di ottavo di finale, a far ribollire il sangue. Se si esclude la Grecia, il girone A è carico di significati per una Polonia ancora poco postmoderna, con stadi, stazioni e terminal da XXI secolo ma ragazzi ventenni che faticano tuttora a ridere a battute politicamente scorrette su tragedie e guerre mondiali.
Stasera si gioca contro i discendenti - per lo più atei - di chi un millennio fa circa ha portato il cattolicesimo da queste parti. “Forse un giorno saremo noi a riconvertirli!”, scherza una ragazza. Quattro giorni fa c’è stata la sentitissima sfida contro la Russia, nazione di cui in Polonia si ricordano come causa di massacri, guerre, partizioni. Ancora oggi Mosca è la prima sospetta, forse irrazionalmente, dell’incidente aereo nella simbolica Smolensk, quello in cui morì l’allora Presidente della Repubblica Lech Kaczyński, forte oppositore degli interessi del Cremlino. Uno come Jakub Błaszczykowski, centrocampista del Borussia Dortmund che ha segnato il gol del pareggio contro i russi, è visto come un’eroe nazionale, mi spiega un’amica. Ma qui la parola “eroe” non sembra essere un’esagerazione, e questo Europeo non è solo una metafora per razionalizzare un continente in crisi. Quando si guarda ai russi dall’Est Europa, il confine tra avversario e nemico sembra molto sottile.
Sarà per questo che intorno alle 17 le strade di Breslavia si sono già riempite, a livelli che in Italia si vedono solo per una finale dei mondiali, per mancate autorizzazioni a procedere o dimissioni di politici. Ci si imbatte pure in zone neutrali, come ad esempio chiese e musei, in cui è divertente vedere gente avvolta da bandiere e pitturata ma allo stesso tempo rispettosa e interessata. Ogni tanto si incontra qualche tifoso ceco che cena e si beve una birra a testa bassa, mentre risponde come può ai cori polacchi. Dell’inno nazionale nessuna traccia, sarebbe troppo irrispettoso cantarlo così. Il coro che si sente dappertutto è Polska, biało-czerwoni (“Polonia, biancorossi”), cantato sul ritmo di Go West dei Pet Shop Boys, più raramente su altre varianti. È un mantra che non si interrompe quasi mai, fino alla fine della serata.
Con così tanta gente per le strade di Breslavia, ci si gode l’atmosfera ma non la partita. La brutta e già affollata Fan Zone nella Rynek, che durante il giorno nasconde i coloratissimi edifici medievali e rinascimentali del centro, è invalicabile. Meglio fare un salto nei maxischermi alla Sala del Centenario, fuori città, circondata dal verde e forse meno presa d’assalto. Ci giochiamo l’entrata anche qui perché perdiamo tempo a comprare delle birre prepartita. Bere in luoghi pubblici è proibito, ma vuoi che becchino proprio noi?
Entriamo attraverso una griglia caduta, che i poliziotti fingono di ignorare, ma lo schermo è troppo distante. Il primo tempo lo passiamo vagando per una città serale ancora avvolta dal caldo umido e da canti. La sensazione che trasmettono le strade di Breslavia è quella di un capodanno estivo, di quelli che si festeggiano a sud dell’Equatore. Per il secondo tempo troviamo rifugio in un bar non del tutto pieno. Buono e bello il clima del locale, ma non il gioco polacco. Al gol di Jiráček al 73’ il tifo si zittisce d’un tratto. Riprenderà solo di rado, per poi spegnersi del tutto tra le strade di Breslavia, il cui europeo si sta per concludere. La riconversione della Repubblica Ceca è rimandata forse al 2016.
Verso cinque minuti dalla fine un bambino abbracciato a sua madre si mette a piangere. Avevo pochi anni più di lui quando l’Italia uscì dalla fase a gironi in Euro ‘96: una delle mie prime sofferenze calcistiche. Penso di aver visto nascere un tifoso.