Nel calcio, come in molti altri aspetti della vita di ciascuno di noi, l’attesa è il momento migliore. Addormentarsi alla vigilia con fatica, anticipando gli eventi mentalmente grazie all’immaginazione lucida e onirica, svegliarsi con quel pensiero fisso che solo gli innamorati hanno costantemente, contare le ore che mancano al momento, veder crescere l’ansia, sfogliare il tempo che ci separa dall’evento con un misto di noia ed eccitazione.
L’attesa è più bella, perché è più lunga. La si può assaporare, la si può condividere, la si può plasmare. Nulla è ancora deciso, tutto è possibile. Secondo la fisica tutti gli eventi si realizzano, contemporaneamente, ma a noi è dato di vederne uno solo. Poi tutto sfugge, con un lampo velocissimo, restringendo il tessuto temporale che si era improvvisamente allungato, nell’attesa. Bergson insegna.
Oggi è la vigilia di Natale di quando sei bambino e aspetti il regalo sotto l’albero. Sai che c’è. Non sai cosa. Babbo Natale suonerà a casa, non lo vedrai, ma sai che porterà un delizioso pacchetto da scartare. Regalo scartato, magia finita.
Oggi è la vigilia del compleanno di quando sei adolescente. La festa che ti aspetta, con i tuoi amici. Un giorno dedicato interamente a te, dove le attenzioni di tutti sono convogliate esclusivamente sul festeggiato. Il sapore del mattino, quando ti arrivano gli sms di auguri ma ancora non hai vissuto né ricevuto niente. La voglia di diventare grande. Salvo pentirtene successivamente.
Oggi è la vigilia di Capodanno quando sei più grandicello. L’ansia di festeggiare, perché un po’ il costume e le regole della società ce lo chiedono e un po’ perché l’idea di fare mattino con l’allegria alcolica che tutto sfuoca eccita il nostro desiderio di vivere al di sopra delle nostre possibilità. Poi la solitudine dell’hangover.
Oggi è la vigilia del primo appuntamento dell’innamorato. L’indecisione su cosa mettersi addosso, la preoccupazione di poter non piacere, il bacio immaginato che può scattare se si coglie l’attimo fuggente, e la paura di non coglierlo. L’attesa di provare una forte emozione, o un senso di grande frustrazione. Il resto sono dolci o amari ricordi.
Oggi è il giorno di Spagna-Italia, finale dell’Europeo 2012. Ore di vigilia, riempite da tante chiacchiere tecnico-tattiche a cui noi tifosi ci appigliamo come disperati, nella speranza di capire quello che succederà. L’ansia di intravedere spiragli di futuro, come intuire la conclusione del libro leggendo l’ultima riga. Aggrappati a lancette che si muovono più lentamente del solito, e che vorremmo spingere meccanicamente in avanti, come quando si cambia batteria dell’orologio.
No. Stasera la verità sarà un pugno, senza anticipazioni di sorta. Sarà un attacco violento quello che prenderà i nostri cuori. Un palo. Una parata decisiva. Un errore a porta vuota. La nostra attesa è una lenta resa, senza condizioni, all’imponderabile. Poi solo memorie a lungo termine di una grande gioia sportiva e di follie notturne oppure di un senso di delusione, con la consapevolezza di aver sfiorato l’impresa, ma con la fiducia di chi vede aver imboccato la strada giusta.
Ma è l’attesa dello straordinario a renderci più vivi del solito. Quanto si sente vivo un condannato a morte?