Adesso forse l’ho capito perché nove mesi dopo una grande vittoria calcistica nascono bambini con i nomi di chi, una sera di nove mesi prima, ha fatto godere prima ancora di entrare nel letto i futuri mamma e papà. Se è vero che ogni vittoria fa storia a sè, ci sono vittorie che fanno più storia delle altre, ci sono vittorie che riescono a farti bere più birra o urlare di più, ma la reazione psicosomatica ad un certo punto è davvero relativa. Ci sono vittorie, infatti, che bastano a se stesse, prima ancora che significare davvero qualcosa in termini di risultato finale o di emozioni instillate. Inghilterra-Italia, domenica 24 giugno 2012, è forse una delle vittorie più belle degli ultimi vent’anni del calcio italiano. Non sono i Mondiali, d’accordo: non ribalteremo cassonetti o non ci tufferemo nei fossati dei castelli per festeggiare una coppa, sono soltanto i quarti di finale di un torneo europeo, per giunta. Ma io stanotte vorrei comunque fare l’amore con buona parte di voi.

Oggi sono stato a un festival sull’erba della pianura padana, il tempo necessario per costruirmi il rimpianto di doverlo abbandonare così presto, così prematuramente. C’erano predisposti, in questo festival che si chiamava Abbassa ma che a me faceva alzare le palpebre, se non le mani, ben due schermi grandi quanto la voglia di sciogliersi addosso di ciascuno di noi. E mentre faceva caldo, mentre tutto doveva ancora accadere (il fischio d’inizio, i gruppi più importanti sul palco, la birra, le pizze, i tiri e gli errori in campo, certe canzoni che spezzano un’azione come un lampo di De Rossi, o sono perentorie come un rigore di Pirlo), mi sono chiesto come si sarebbe risolta, questa dicotomia impossibile tra musica e calcio, tra suoni e nazionale, due universi paralleli (il lungo inverno, la bella estate, o viceversa?) così in antitesi, uno così vero e romantico ed elitario, l’altro così finto e popolare e commercializzato. Io poi me sono andato prima, perché dovevo salutare un amico che non vedevo da troppo tempo, e non so poi alla fine come l’abbiano risolta. Se la musica abbia ceduto il passo al calcio, o se siano riusciti a convivere, tra le urla davanti al maxi-schermo e quelle dentro la pancia di chi invece è rimasto accovacciato sotto al palco. Eppure la dicotomia poggiava sempre e comunque su fili d’erba, lei oggi era vestita di verde, verde i suoi occhi e aveva un sorriso per tutti. Tutti, prima che venisse inserito il jack della chitarra, o la palla iniziasse a rotolare, tutti abbiamo creduto che qualcosa stava per accadere, e tutti abbiamo avuto la tentazione di sorridere.
Ho scelto il calcio, ho risolto così la dicotomia tra i canti della pianura padana e i canti dei tifosi sugli spalti. Sedotto, ancora una volta, da questo incantesimo di cui conosco il trucco a memoria, basta far indossare una maglia azzurra a undici giovanotti, metterli su un prato a inizio estate, aumentare la temperatura esterna, chiudere a chiave il futuro e lanciare la chiave dentro la porta avversaria. Le partite a eliminazione diretta vanno oltre il calcio stesso e diventano dramma collettivo, e le valutazioni tecniche, le pagelle che vedrete domani sui giornali, sono i pallidi tentativi di spiegare alla massa il trucco. Certo, vi sciorineranno cifre emblematiche come una piramide nel deserto tipo queste: l’Italia ha tirato 35 volte contro le sole 9 conclusioni degli inglesi. Abbiamo mantenuto il possesso palla per il 64% del tempo a disposizione. Abbiamo effettuato 820 passaggi contro i 340 della squadra di Roy I Don’t Know Hodgson: 820 modi di arrivare a prendere quella chiave oltre la linea di porta, senza riuscirci mai, però, fino a quando si è giocato a calcio.
Gli scienziati, domani mattina, vi proveranno a raccontare di come mago Prandelli ha inscenato il solito trucco di magia, trasformando una zucca azzurra in una graziosa e coscienziosa carrozza. E faranno nomi e cognomi e vi sveleranno i segreti della magia di una gara della nazionale a eliminazione diretta. Ingenui e presentuosi tentativi di spiegare l’inspiegabile, come quelli che si mettevano a seguire Lost scuotendo la testa, come quelli che si arrabbiavano se Lost non rispondeva alle mille domande disseminate nella giungla, indegni telespettatori prima ancora che ingenui: la magia non si spiega, la magia si subisce, supinamente, quasi sadicamente. Ed è come quelli che mentre guardo un concerto mi fanno notare la corda stonata della chitarra, o un passaggio a vuoto del batterista, invece di stare semplicemente zitti a divorarsi le unghie e lo stomaco, o a cadere stremati sul divano dopo che un giocatore del Bologna ci ha appena portati alle semifinali dell’Europeo. Come è possibile ricadere vittime dello stesso incantesimo, come è possibile ritrovarsi sempre un po’ stupiti a vedere strade che si riempiono quando la palla entra in rete, quando dovremmo tutti conoscere il segreto del sadico trucco?
La risposta cercatela sui giornali di domani, sulle trasmissioni come Sfide che tra vent’anni andranno a intervistare Andrea Pirlo, con i capelli lunghi come ora ma un po’ più argentati (mica diventano bianchi, i capelli, a Pirlo, diventano d’argento e forse d’oro), cercatela nei volti assonati dei vostri figli che sono rientrati più tardi, per aver perso tempo a imprecare contro Balotelli, cui invece ho voluto bene proprio come un figlio, quando ha tirato una punizione alle stelle e gli ho letto la morte in faccia, che scivolava sciolta nel sudore sul suo volto rigato come argilla secca e frantumata che non assorbe la pioggia, ma la lascia scorrere. La risposta, di come sia possibile ogni volta cadere vittima del tranello delle sfide a eliminazione diretta, cercatela nei capelli arruffati di una bambina sul seggiolino, avvinghiata al padre che intanto pedala reggendo il Bandierone, che forse non avrà notato quanto era stremato Marchisio, quanto era migliorato negli anni Abate, quanto fossero teneri e pure un po’ finti, gli azzurri stretti in cerchio per darsi la carica prima dei calci di rigore. La risposta chiedetela a quel ragazzo che mi ha urlato dal finestrino “E smuoviamo questa città di merda”, forse pure lui avrà voluto bene come un figlio a Balotelli, quando ha segnato quel primo rigore, quando tutto il resto d’Italia credeva l’avrebbe sbagliato.
Questa vittoria, stasera, è una delle più belle degli ultimi vent’anni del calcio italiano perché è stata costruita con materiali poveri, palchi artigianali montati con trattori e ragazzi dalle magliette sudate, orchestrati da un padre come Prandelli, che al 119esimo minuto, solo 60 secondi prima della fine, ancora si sistemava computo la cravattina. E dopo un rigore segnato, andava ad abbracciare il figlio, quello vero, di fianco a lui. E’ così bella, seppure non definitiva, perché abbiamo dominato senza urlare, siamo stati sul palco a cantare senza mai far tremare la voce e anzi, sempre con i polmoni piene di idee, ordine e proposte di gioco. Le gambe, forse, hanno tremato, i cuori sicuramente, hanno tremato, quando per 120 minuti abbiamo annusato la chiave per aprire i sogni senza mai toccarla, prendendo pali, sbagliando occasioni, rimbalzando contro un pallido muro inglese che è rimasto appunto muto come un muro, senza avere nulla da dire al mondo. In campo ci siamo stati solo noi, noi che non credevamo di avere nei nostri piedi storie così, da raccontare lasciando ammutolire avversari pur imbarazzanti e improponibili. Abbiamo raccontato una bella storia, stasera, una storia limpida e dalla faccia pulita non nell’animo, per carità, ma nelle trame in campo e nelle azioni costruite, seguendo uno spartito che ci ha portato ad impossessarci della chiave del nostro futuro. Forse abbiamo raggiunto il limite della nostra capacità, ma ora la porta è dischiusa. Se solo imparassimo ad essere più cattivi, più smaliziati davanti al microfono, forse venderemmo più dischi e riusciremmo a battere la Germania, giovedì prossimo. Ma forse, così, tradiremmo quello che siamo riusciti a diventare: una squadra migliore, che riesce a portare in avanti il corso della Storia, che domina il suo passato (il pallido catenaccio) soffiando una ventata d’aria fresca. Vogliamo vincere, o diventare qualcosa di diverso? Il segreto di queste partite senza appello, in ogni caso, si chiama sempre Paura.
Due lampi finali. Non credo che tutti siano consapevoli di che cosa ci è passato sotto agli occhi negli ultimi dieci anni, come dice Marco, forse abbiamo avuto la fortuna di vedere con i nostri occhi il giocatore più determinante del calcio italiano, Andrea Pirlo, sintesi perfetta tra una corda di violino e un colpo di pistola. Quel rigore calciato in quel modo netto e ambiguo allo stesso tempo mi ha fatto strappare i vestiti di dosso. Ma soprattutto, per sempre mi ricorderò l’espressione di Pirlo trotterellante in avanti, sospinto dall’inerzia della sua grandezza dopo aver tirato, e segnato, così: una flemma di un Clint Eastwood bresciano, cinismo e narcisismo fusi nell’Assoluto.
E poi Daniele De Rossi e la partita giocata da Daniele De Rossi. Voglio fare un figlio stanotte, e lo chiameremo Danielederossi, tutto attaccato, e chissenefrega se lo prenderanno in giro a scuola, tra vent’anni. Voglio chiamare mio figlio così, con il nome di chi un attimo prima sventaglia sul palo un arcobaleno, e un attimo dopo lo ritrovi a coprire un buco in difesa nella posizione di terzino. Tutto, semplicemente: l’antidoto alla Paura.