I 4 colpi

E’ già tutto irrimediabilmente compromesso quando la palla viene blandamente respinta dalla difesa azzurra, sciolta come tanti cubetti di ghiaccio disseminati sul prato e dimenticati al sole, e inizia a planare verso il centrocampo. Siamo già nel secondo tempo, e siamo già affondati sotto le pugnalate della Spagna. Il pallone rinviato in qualche modo da Barzagli sembra un dirigibile forato, lascia dietro di sè una lunga scia di amarezza, e come una foglia morta, la palla cade flaccida nella zona di Andrea Pirlo, circondato da avversari molto più in forma di lui. Pirlo osserva il pallone con gli occhi spenti, una sfera che ancora non si adagia sul campo impedendogli di fare forse l’unica cosa che potrebbe salvare le sorti della nostra Nazionale: toccarlo con i piedi. Invece il pallone rimane sollevato da terra, sospinto da immanenti campo magnetici spagnoli che trascendono la gravità e i limiti umani, e così non può ascoltare le promesse che i piedi di Pirlo sarebbero pronti a fargli: “cadi pallone, e io ti porterò ancora una volta in spazi aperti, cadi pallone, lasciati prendere tra le mie gambe stanche e ancora una volta, forse l’ultima, io saprò ancora dirti le parole che vuoi sentirti dire”. Invece il pallone cadrà lontano, disegnando una parabola inutile su cui andranno ad appendersi gli occhi di Pirlo e le nostre speranze, bagnate come vestiti centrifugati, ed è in quel preciso momento che si manifesta tutta l’impotenza dell’Italia contro la Spagna. Perderemo 4 a 0, quattro(cento) colpi ai nostri sogni covati durante giugno che non hanno saputo resistere all’estate. Primule sfiorite.

Se siamo arrivati a singhiozzare dopo una finale di un Europeo, lo dobbiamo essenzialmente al curato di provincia che ha rivoluzionato il nostro modo di giocare a pallone. Prandelli ci ha portato a giocarci la coppa con la Spagna, a dispetto di limiti strutturali nella rosa e nel movimento, e forse sarebbe giusto giudicare anche la finale attraverso i suoi insegnamenti. Ma le quattro ferite che portano i nostri ideali fanno liberare le gabbie dentro cui abbiamo tenuto nascosto gli avvoltoi, che già iniziano a volteggiare sugli schermi televisivi, sui giornali del giorno dopo e sulle teste di molti italiani che giocano a fare i tifosi.
Partita dopo partita, in questo Europeo abbiamo scardinato porte di antichi pregiudizi e retaggi insormontabili. Nessun nemico al nostro fianco, nessun salvatore della patria uscito dal cilindro, nessuna trincea scavata nell’erba. Molte parabole, sul nostro cammino, quella dell’Insegnamento, della Presa di Coscienza, dell’Ottimismo e dell’Attesa, valori quasi contadini innestati nel cuore di bulletti e mangiatori di merendine che si sono ricordati come si sta in campo. Restava l’ultima porta, da aprire, la porta del Trionfo, unico e definitivo giudice che dirime tra buoni e cattivi. Ad attenderci, al suo interno, seducenti femmine che intrecciavano passaggi come fossero acconciature, che lavoravano la palla come merletti, bagnando la punta dell’ago con il nostro sudore. Siamo arrivati di fronte ai Campioni di Tutto armati soltanto dello stupore per esserci, prima di tutto. Ma già sfiniti, sfibrati, sparpagliati sul tavolo in milioni di pezzettini: il prezzo da pagare, per superare se stessi. E’ finita nell’unico modo in cui poteva finire, come quando si sogna abbastanza da muoversi nel letto, e si cade sul pavimento sbattendo la testa. Lacrime.

Prima ancora di stabilire l’utilità di certe sostituzioni (panettone Motta), o di brandire il manifesto del logorio fisico (sebbene a mio modo decisivo, a parità di energie sarebbe finita ben diversamente, perlomeno nelle proporzioni della sconfitta), Spagna-Italia ci ha ricordato come non sempre basta voler essere felici, per esserlo davvero. Eppure fermiamoci a un passo prima, sul ciglio della porta, appunto, fermiamoci allo snodo decisivo di questa Storia in sei atti, mentre studenti erasmus iberici ghermiscono le nostre piazze svuotate immediatamente dalle lacrime puerili di Bonucci e Balotelli.
Ho amato molto questa Nazionale 2012 di Prandelli non perché sia arrivata così vicino dal vincere, o perché ci abbia mostrato un livello di gioco moderno ma ragionevole, affascinante senza scadere nello stucchevole, dal piglio artigianale, di quelle cose fatte a mano che sanno unire grazia nei movimenti e praticità negli approcci. No, ho amato questa Storia se vogliamo molto da oratorio, quasi da fiction di Raiuno, per averci inchiodato ai divani e ai maxischermi con una semplice domanda: vogliamo provare ad essere felici, ogni tanto? Aldilà dei moduli tattici, delle giocate dei singoli e dello spirito di gruppo (concetti se vogliamo anche un po’ aleatori, funzionano quando funzionano, un po’ come gli oroscopi che ci prendono il giorno dopo), resta prima e dopo di tutto questa domanda. 

C’è stato un momento, nella storia del Calcio italiano, in cui la Nazionale si è fatta questa domanda, e di riflesso l’ha posta a noi, vogliamo provare ad essere felici, almeno una volta, ogni tanto? Una domanda da tradurre in campo, e non nell’economia, nella politica e nelle nostre vite di tutti i giorni, perché trattasi sempre di partite, o di metafore, eventualmente, ma qui nessuno ha il fegato di spacciarle per consigli di vita. Per una Nazionale avere voglia di essere felici è cercare di vincere rinnegando retaggi, proponendo un centrocampo di piedi buoni e idee argute, quasi divertendosi, a giocare in modo illuminato, provando a inventare qualcosa, invece che distruggere soltanto. E’ solo calcio, deve aver detto Prandelli negli spogliatoi, ed è tutto qui: è solo provare ad essere felici, deve aver chiesto Prandelli ai suoi giocatori, e se dopo un Europeo così, ci è venuto il dubbio anche a noi che guardavamo soltanto, forse essere tifosi della Nazionale ha ancora un qualcosa di dignitoso.

Ed è molto inquietante e molto inevitabile, in un certo senso, vedere come porci certe domande, su di noi, e sulla felicità, abbia frantumato le ginocchia di De Rossi, abbia colorato di rosso gli occhi del nostro pianista, Andrea Pirlo, ci abbia fatto precipitare come primule sfiorite. Sommersi dalla maestria spagnola, da 4 colpi alle nostre velleità che ora, spenti i riflettori, ora che si torna alla normalità disgustosa del calcio italiano, rimarranno davvero molto sole. Lontanissime da qui.

Prandelli ha confermato che certamente il calcio è pieno di gente amorale e di vizi metropolitani, ma resta la cosa migliore di questo Paese. Perché è quella dove c’è più sentimento, direi amore assoluto, dove tutti vogliono sempre fortemente qualcosa e per quello sono disposti a dare, non a rubare o evadere. Mario Sconcerti, Corriere della Sera, 1 luglio 2012
Il mistero non è stato ancora svelato, nonostante ci abbia accompagnato sin dall’esordio dell’Europeo: perché Daniele De Rossi <si fa il segno della croce> gioca con una sottomaglia asimmetrica, con manica corta sul lato destro, e manica lunga sul sinistro (come si può vedere in questa immagine, al termine di Germania-Italia)
L’immagine sopra ritrae DDR appena sceso dall’aereo a Kiev, alla vigilia della finale di domani sera con la Spagna. Possiamo notare come il braccio sinistro sia interamente coperto dai tatuaggi, fino al polso. Mentre sul braccio destro si fermano ai bicipiti. La sincronia con la maglia utilizzata in gara combacia perfettamente. DDR vorrà forse coprire freschi tatuaggi?
La domanda è imprenscindibile, lo sappiamo, e ci accompagnerà nell’ultima notte insonne di questo Europeo.

Il mistero non è stato ancora svelato, nonostante ci abbia accompagnato sin dall’esordio dell’Europeo: perché Daniele De Rossi <si fa il segno della croce> gioca con una sottomaglia asimmetrica, con manica corta sul lato destro, e manica lunga sul sinistro (come si può vedere in questa immagine, al termine di Germania-Italia)

L’immagine sopra ritrae DDR appena sceso dall’aereo a Kiev, alla vigilia della finale di domani sera con la Spagna. Possiamo notare come il braccio sinistro sia interamente coperto dai tatuaggi, fino al polso. Mentre sul braccio destro si fermano ai bicipiti. La sincronia con la maglia utilizzata in gara combacia perfettamente. DDR vorrà forse coprire freschi tatuaggi?

La domanda è imprenscindibile, lo sappiamo, e ci accompagnerà nell’ultima notte insonne di questo Europeo.

Molto forte, incredibilmente vicino

Le scarpe pesanti. Portiamo le scarpe pesanti tutti i giorni, mentre traslochiamo d’ufficio, ci rendiamo conto di quanti sceriffi ci siano in giro, non abbiamo i soldi per scappare lontano un sabato a caso. Le scarpe ci diventano pesanti ogni volta in cui proviamo a fare di testa nostra, ci ostiniamo a chiudere gli occhi e a credere che il mondo ce l’ha contro di noi, qualcuno ce l’ha contro di noi, qualcuno ci vuole male. Abbiamo sempre vinto, nella storia del calcio italiano, tenendo gli occhi e i pugni chiusi: serrandoci in difesa, chiudendo gli occhi per non vedere quanta distanza ci fosse tra la nostra area di rigore assediata, e la porta avversaria. Arroccandoci contro un Nemico, sempre diverso ma sempre esterno, manna dal cielo che moltiplicava forze e fantasia, come un torrente che scivola a valle dopo un temporale: l’acqua scorreva, ma inquinata dalla terra erosa dalla nostra rabbia contro “chi ci vuole male”. Ma così abbiamo vinto, in passato, prima di tutto per senso di ri-vincita, che di vittoria. Abbiamo sempre vinto, finora, nonostante qualcosa, o qualcuno: la resistenza sui campi di calcio. Stasera abbiamo mandato in scena la resistenza Dolce: la Resilienza.

Poi succede che le scarpe diventino leggere. Che ci si ritrovi scalzi, a correre sopra le fontane, per bagnarsi i piedi, senza paura di scivolare. Abbiamo appena vinto contro la Germania, e se le statistiche vogliono dire qualcosa (e forse sono l’ultima religione cui possiamo ancora appellarci), non dovremmo esserne stupiti più di tanto: li abbiamo sempre battuti, i tedeschi, in gare ufficiali. Eppure abbiamo le scarpe leggere, gli occhi sgranati, i piedi scalzi e corriamo sopra le fontane: perché abbiamo fatto qualcosa di completamente diverso, dal vincere, abbiamo inventato un nuovo modo italiano di stare sui campi di calcio. Con gli occhi aperti, con le mani aperte a dirigere, manovrare, sentire l’aria sulla pelle. Nel busto di bronzo di Mario Balotelli, spogliatosi di dosso tutti gli oleosi discorsi sul suo conto, più che arroganza o orgoglio ci ho visto infantile gioia nel mostrarsi nudo, nello scrollarsi di dosso molte cattiverie, molte parole, molti nodi allo stomaco: questo sono io, ho appena segnato una doppietta memorabile, non ho bisogno di nient’altro. L’emancipazione del calcio italiano dai suoi maestri e dalle sue catene, uno schiavo (del buongusto, della retorica, del populismo, della tattica fine a se stessa e dei complotti) che spezza i lucchetti e rimane puerilmente nudo come un bambino che gioca in spiaggia. I piedi nudi della Storia che sguazzano in mare.

Germania-Italia è il primo bacio, è lei che ti dice di sì, che verrà al ballo della scuola, sei tu che ti togli gli occhiali e ti metti la brillantina nei capelli e ti senti bellissimo, finalmente, la sera del tuo primo appuntamento. Una squadra fisicamente debilitata riusciva a coprire il campo con la forza della leggerezza, con la calma della ragione. E se la Germania mostrava le unghie, l’Italia opponeva con naturalezza un’ostinazione mite ma logica: sapeva dove condurre il pallone, con Andrea Pirlo a orchestrare quasi andreottianamente (non me ne volere per il paragone, Maestro) le manovre in campo, portando il pallone dove decideva lui, ma lasciando quasi credere agli altri che lui non c’entrasse nulla. E invece era ovunque, e il pallone era un cane tenuto al guinzaglio da un Pirlo oltre la commozione: quando la palla si imbizzariva, Andrea tirava le redini, la ammaestrava, una volpe trascinata dalla luna sul campo, che lo guardava con occhi riconoscenti, quasi devoti. Le scarpe leggere, finalmente. Era come quando ti ritrovi nel parcheggio della scuola, la sera del ballo di fine anno, e finalmente prendi coscienza di te stesso, e decidi che sarai tu a governare il tuo braccio, e non i luoghi comuni o i pregiudizi, a farti tremare le gambe o chiudere gli occhi. E sferri un destro contro chi sta facendo il porco sulla tua Bella. E ti senti Dio. C’è stato un momento, nel secondo tempo, mi pare fosse il minuto numero 78 ma non me lo ricordo bene, perché appunto, mi sono sentito Dio, quando Pirlo soffiava sul pallone, e De Rossi lo cresceva caparbio e ostinato come un padre di famiglia, sradicandolo e seminandolo altrove, facendo crescere alberi sull’erba, facendo scattare dentro di me la voglia di presentarmi domani mattina in Comune, chiedere del sindaco e obbligarlo a fargli intitolare una piazza davanti a un ipermercato.

Le scarpe leggere come quando senti che ce la stai facendo, che è diverso dall’avercela fatta: è ancora più bello perché inebriante, e perché rimane ancora un passo importante, decisivo, da fare. Ma acquisti consapevolezza, come vivere l’adolescenza a trent’anni, tipo, chissà come te la godresti. Germania-Italia è una promessa mantenuta, e l’incredulità di assistere a un’esposizione di calcio moderno, sapiente, giudizioso, intelligente e artigianale, da parte di un movimento che invece sa solo sperperare, e sbugiardare, e rovinare. Germania-Italia è un esempio, è semplicemente una storia da raccontare, quella sera in cui tuo padre portò al ballo tua madre, e mentre l’orchestra suonava sarebbe finalmente riuscito a baciarla. Non possiamo ancora sapere se poi mamma e papà effettivamente si sposeranno, il cerchio si chiude domenica prossima contro la Spagna, in un percorso circolare che sembra un anello da infilare al dito e che ci fa scivolare in avanti. Stanotte però voglio fermarmi e sentire quanto sono leggere queste scarpe, e voglio raccontare questa storia fatta di uomini, prima di tutto, una storia portata avanti con silenziosa caparbietà da individui, sostanzialmente soli, senza avere un movimento alle loro spalle, che è riuscito a far ammutolire un’armata teutonica che invece produce centri federali, nidiate di giocatori giovani e frizzanti, società e ambiente sano, ma cui mancava l’ingrediente principale: una trama. Una storia. Degli uomini che avessero qualcosa da dirci.

Gabriele Romagnoli ricorda un brano di un’intervista a Prandelli di qualche mese fa dove si parla di amore e di attese. Gli chiede se sia necessario ‘aspettare’: Prandelli gli oppone imperturbabile un muro di sì. Prandelli ha aspettato Cassano, un uomo colpito da ictus cui nessuno dava più credito. E’ finita con quest’uomo che portava in braccio un bimbo dai capelli d’oro sul campo, dopo aver aperto la finestra nell’area di rigore tedesca e averci fatto entrare raggi di sole per la testa di Balotelli. Prandelli ha aspettato un feticcio mediatico, un ragazzo decisamente antipatico che quasi godeva, a bruciare occasioni come fossero canne al campetto. E’ finita che nemmeno ce ne siamo accorti, di quando la palla è entrata, e siamo rimasti pietrificati da quei serpenti negli occhi, così burberi e teneri come solo i bambini quando giocano a fare i duri sanno essere. Prandelli ha aspettato che i suoi discepoli assimilassero la sua storia, e scendessero in campo a raccontarla a milioni di italiani. La storia è semplice, e ci ricorda come sia impossibile andare lontano, con le scarpe pesanti. “Non possiamo tornare indietro”, ha detto nella conferenza stampa alla vigilia della partita. Il successo di questa Nazionale consiste nell’avercela fatta proprio passare, la voglia di tornare indietro. Prandelli ci ha insegnato come ‘aspettare’ possa essere un verbo di movimento, e non sterile ottimismo o patetico vittimismo retrospettivo. Siamo stati sciocchi, a non accorgerci di dove stavamo andando, a stupirci di affrontare la squadra più forte d’Europa, completamente esausti, con il piglio di chi sapeva cosa fare. Quel piglio dischiuso nei polmoni di Marchisio, dal fiato incessante come una pioggia d’autunno, nella spensieratezza di Diamanti che si strappa di dosso braccialetti e retaggi per nasconderseli nelle mutande, perché non c’era tempo per spiegazioni, era tempo di giocare. Quel piglio di un recupero difensivo di Bonucci, che si è allungato in scivolata andando a cucire passato presente e futuro.

E’ una storia fatta di persone, sempre loro alla fine, le persone che ci mettono qualcosa di proprio, qualcosa di insospettabile per l’altro, e cuciono una storia leggera, sincera, quasi inesorabile. Abbiamo imparato a giocare, con gli occhi aperti e le scarpe leggere, senza bisogno di odiare qualcuno per poter vincere, senza bisogno di vincere per farci venire voglia di abbracciarci. Stanchi, offesi, screditati: questo eravamo, questo credevamo di essere, prima di questo Europeo. Dopo stasera, dopo un ennesimo Germania-Italia delle nostre vite, ci rendiamo conto di cosa possano fare, le persone, di molto forte, e di riuscire a sentirsi, per una notte almeno, incredibilmente vicine tra loro.

La Germania è come saremo noi tra cinque, dieci anni: nuova, leggera, innocente. Loro hanno futuro, questa Italia, se perde, smette stasera. Loro sono ricchi, noi abbiamo bisogno da tanto tempo di una buona notizia. Sono sicuro che capiranno. Mario Sconcerti, Corriere della Sera, 28 giugno 2012
Cristiano Ronaldo e il suo labiale. La cosa più drammatica (?) di tutta la partita, rigori compresi.

Cristiano Ronaldo e il suo labiale. La cosa più drammatica (?) di tutta la partita, rigori compresi.

[Per ingannare l’attesa della semifinale contro la Germania, vi consigliamo di leggere la prima puntata del viaggio nell’Europeo polacco ucraino che inizia poche righe qui sotto. Parole e fotografie sono del nostro amico e corrispondente Andrea (per i più curiosi, cliccate qui), che ringraziamo di cuore]

LE STRADE DI BRESLAVIA

I primi clacson e i primi cori si iniziano a sentire per le strade di Breslavia attorno alle due di pomeriggio: non una, non due ma circa sei ore prima del fischio d’inizio di Polonia - Repubblica Ceca. Forse c’era da aspettarselo, dalla brillante città universitaria che ospiterà l’ultima gara polacca in questi Europei 2012: le bandiere bianco-rosse non sono mai scomparse dai balconi né dai finestrini delle auto, nonostante i due pareggi consecutivi che hanno costretto i padroni di casa a uno scontro diretto con i propri confinanti a ovest.

Ma forse non è solo entusiasmo di ospitare una gara internazionale, né questa specie di ottavo di finale, a far ribollire il sangue. Se si esclude la Grecia, il girone A è carico di significati per una Polonia ancora poco postmoderna, con stadi, stazioni e terminal da XXI secolo ma ragazzi ventenni che faticano tuttora a ridere a battute politicamente scorrette su tragedie e guerre mondiali.

Stasera si gioca contro i discendenti - per lo più atei - di chi un millennio fa circa ha portato il cattolicesimo da queste parti. “Forse un giorno saremo noi a riconvertirli!”, scherza una ragazza. Quattro giorni fa c’è stata la sentitissima sfida contro la Russia, nazione di cui in Polonia si ricordano come causa di massacri, guerre, partizioni. Ancora oggi Mosca è la prima sospetta, forse irrazionalmente, dell’incidente aereo nella simbolica Smolensk, quello in cui morì l’allora Presidente della Repubblica Lech Kaczyński, forte oppositore degli interessi del Cremlino. Uno come Jakub Błaszczykowski, centrocampista del Borussia Dortmund che ha segnato il gol del pareggio contro i russi, è visto come un’eroe nazionale, mi spiega un’amica. Ma qui la parola “eroe” non sembra essere un’esagerazione, e questo Europeo non è solo una metafora per razionalizzare un continente in crisi. Quando si guarda ai russi dall’Est Europa, il confine tra avversario e nemico sembra molto sottile.

Sarà per questo che intorno alle 17 le strade di Breslavia si sono già riempite, a livelli che in Italia si vedono solo per una finale dei mondiali, per mancate autorizzazioni a procedere o dimissioni di politici. Ci si imbatte pure in zone neutrali, come ad esempio chiese e musei, in cui è divertente vedere gente avvolta da bandiere e pitturata ma allo stesso tempo rispettosa e interessata. Ogni tanto si incontra qualche tifoso ceco che cena e si beve una birra a testa bassa, mentre risponde come può ai cori polacchi. Dell’inno nazionale nessuna traccia, sarebbe troppo irrispettoso cantarlo così. Il coro che si sente dappertutto è Polska, biało-czerwoni (“Polonia, biancorossi”), cantato sul ritmo di Go West dei Pet Shop Boys, più raramente su altre varianti. È un mantra che non si interrompe quasi mai, fino alla fine della serata.

Con così tanta gente per le strade di Breslavia, ci si gode l’atmosfera ma non la partita. La brutta e già affollata Fan Zone nella Rynek, che durante il giorno nasconde i coloratissimi edifici medievali e rinascimentali del centro, è invalicabile. Meglio fare un salto nei maxischermi alla Sala del Centenario, fuori città, circondata dal verde e forse meno presa d’assalto. Ci giochiamo l’entrata anche qui perché perdiamo tempo a comprare delle birre prepartita. Bere in luoghi pubblici è proibito, ma vuoi che becchino proprio noi?

Entriamo attraverso una griglia caduta, che i poliziotti fingono di ignorare, ma lo schermo è troppo distante. Il primo tempo lo passiamo vagando per una città serale ancora avvolta dal caldo umido e da canti. La sensazione che trasmettono le strade di Breslavia è quella di un capodanno estivo, di quelli che si festeggiano a sud dell’Equatore. Per il secondo tempo troviamo rifugio in un bar non del tutto pieno. Buono e bello il clima del locale, ma non il gioco polacco. Al gol di Jiráček al 73’ il tifo si zittisce d’un tratto. Riprenderà solo di rado, per poi spegnersi del tutto tra le strade di Breslavia, il cui europeo si sta per concludere. La riconversione della Repubblica Ceca è rimandata forse al 2016.

Verso cinque minuti dalla fine un bambino abbracciato a sua madre si mette a piangere. Avevo pochi anni più di lui quando l’Italia uscì dalla fase a gironi in Euro ‘96: una delle mie prime sofferenze calcistiche. Penso di aver visto nascere un tifoso.

Italy in the sky with Diamonds

Adesso forse l’ho capito perché nove mesi dopo una grande vittoria calcistica nascono bambini con i nomi di chi, una sera di nove mesi prima, ha fatto godere prima ancora di entrare nel letto i futuri mamma e papà. Se è vero che ogni vittoria fa storia a sè, ci sono vittorie che fanno più storia delle altre, ci sono vittorie che riescono a farti bere più birra o urlare di più, ma la reazione psicosomatica ad un certo punto è davvero relativa. Ci sono vittorie, infatti, che bastano a se stesse, prima ancora che significare davvero qualcosa in termini di risultato finale o di emozioni instillate. Inghilterra-Italia, domenica 24 giugno 2012, è forse una delle vittorie più belle degli ultimi vent’anni del calcio italiano. Non sono i Mondiali, d’accordo: non ribalteremo cassonetti o non ci tufferemo nei fossati dei castelli per festeggiare una coppa, sono soltanto i quarti di finale di un torneo europeo, per giunta. Ma io stanotte vorrei comunque fare l’amore con buona parte di voi.

Oggi sono stato a un festival sull’erba della pianura padana, il tempo necessario per costruirmi il rimpianto di doverlo abbandonare così presto, così prematuramente. C’erano predisposti, in questo festival che si chiamava Abbassa ma che a me faceva alzare le palpebre, se non le mani, ben due schermi grandi quanto la voglia di sciogliersi addosso di ciascuno di noi. E mentre faceva caldo, mentre tutto doveva ancora accadere (il fischio d’inizio, i gruppi più importanti sul palco, la birra, le pizze, i tiri e gli errori in campo, certe canzoni che spezzano un’azione come un lampo di De Rossi, o sono perentorie come un rigore di Pirlo), mi sono chiesto come si sarebbe risolta, questa dicotomia impossibile tra musica e calcio, tra suoni e nazionale, due universi paralleli (il lungo inverno, la bella estate, o viceversa?) così in antitesi, uno così vero e romantico ed elitario, l’altro così finto e popolare e commercializzato. Io poi me sono andato prima, perché dovevo salutare un amico che non vedevo da troppo tempo, e non so poi alla fine come l’abbiano risolta. Se la musica abbia ceduto il passo al calcio, o se siano riusciti a convivere, tra le urla davanti al maxi-schermo e quelle dentro la pancia di chi invece è rimasto accovacciato sotto al palco. Eppure la dicotomia poggiava sempre e comunque su fili d’erba, lei oggi era vestita di verde, verde i suoi occhi e aveva un sorriso per tutti. Tutti, prima che venisse inserito il jack della chitarra, o la palla iniziasse a rotolare, tutti abbiamo creduto che qualcosa stava per accadere, e tutti abbiamo avuto la tentazione di sorridere.

Ho scelto il calcio, ho risolto così la dicotomia tra i canti della pianura padana e i canti dei tifosi sugli spalti. Sedotto, ancora una volta, da questo incantesimo di cui conosco il trucco a memoria, basta far indossare una maglia azzurra a undici giovanotti, metterli su un prato a inizio estate, aumentare la temperatura esterna, chiudere a chiave il futuro e lanciare la chiave dentro la porta avversaria. Le partite a eliminazione diretta vanno oltre il calcio stesso e diventano dramma collettivo, e le valutazioni tecniche, le pagelle che vedrete domani sui giornali, sono i pallidi tentativi di spiegare alla massa il trucco. Certo, vi sciorineranno cifre emblematiche come una piramide nel deserto tipo queste: l’Italia ha tirato 35 volte contro le sole 9 conclusioni degli inglesi. Abbiamo mantenuto il possesso palla per il 64% del tempo a disposizione. Abbiamo effettuato 820 passaggi contro i 340 della squadra di Roy I Don’t Know Hodgson: 820 modi di arrivare a prendere quella chiave oltre la linea di porta, senza riuscirci mai, però, fino a quando si è giocato a calcio.

Gli scienziati, domani mattina, vi proveranno a raccontare di come mago Prandelli ha inscenato il solito trucco di magia, trasformando una zucca azzurra in una graziosa e coscienziosa carrozza. E faranno nomi e cognomi e vi sveleranno i segreti della magia di una gara della nazionale a eliminazione diretta. Ingenui e presentuosi tentativi di spiegare l’inspiegabile, come quelli che si mettevano a seguire Lost scuotendo la testa, come quelli che si arrabbiavano se Lost non rispondeva alle mille domande disseminate nella giungla, indegni telespettatori prima ancora che ingenui: la magia non si spiega, la magia si subisce, supinamente, quasi sadicamente. Ed è come quelli che mentre guardo un concerto mi fanno notare la corda stonata della chitarra, o un passaggio a vuoto del batterista, invece di stare semplicemente zitti a divorarsi le unghie e lo stomaco, o a cadere stremati sul divano dopo che un giocatore del Bologna ci ha appena portati alle semifinali dell’Europeo. Come è possibile ricadere vittime dello stesso incantesimo, come è possibile ritrovarsi sempre un po’ stupiti a vedere strade che si riempiono quando la palla entra in rete, quando dovremmo tutti conoscere il segreto del sadico trucco?

La risposta cercatela sui giornali di domani, sulle trasmissioni come Sfide che tra vent’anni andranno a intervistare Andrea Pirlo, con i capelli lunghi come ora ma un po’ più argentati (mica diventano bianchi, i capelli, a Pirlo, diventano d’argento e forse d’oro), cercatela nei volti assonati dei vostri figli che sono rientrati più tardi, per aver perso tempo a imprecare contro Balotelli, cui invece ho voluto bene proprio come un figlio, quando ha tirato una punizione alle stelle e gli ho letto la morte in faccia, che scivolava sciolta nel sudore sul suo volto rigato come argilla secca e frantumata che non assorbe la pioggia, ma la lascia scorrere. La risposta, di come sia possibile ogni volta cadere vittima del tranello delle sfide a eliminazione diretta, cercatela nei capelli arruffati di una bambina sul seggiolino, avvinghiata al padre che intanto pedala reggendo il Bandierone, che forse non avrà notato quanto era stremato Marchisio, quanto era migliorato negli anni Abate, quanto fossero teneri e pure un po’ finti, gli azzurri stretti in cerchio per darsi la carica prima dei calci di rigore. La risposta chiedetela a quel ragazzo che mi ha urlato dal finestrino “E smuoviamo questa città di merda”, forse pure lui avrà voluto bene come un figlio a Balotelli, quando ha segnato quel primo rigore, quando tutto il resto d’Italia credeva l’avrebbe sbagliato.

Questa vittoria, stasera, è una delle più belle degli ultimi vent’anni del calcio italiano perché è stata costruita con materiali poveri, palchi artigianali montati con trattori e ragazzi dalle magliette sudate, orchestrati da un padre come Prandelli, che al 119esimo minuto, solo 60 secondi prima della fine, ancora si sistemava computo la cravattina. E dopo un rigore segnato, andava ad abbracciare il figlio, quello vero, di fianco a lui. E’ così bella, seppure non definitiva, perché abbiamo dominato senza urlare, siamo stati sul palco a cantare senza mai far tremare la voce e anzi, sempre con i polmoni piene di idee, ordine e proposte di gioco. Le gambe, forse, hanno tremato, i cuori sicuramente, hanno tremato, quando per 120 minuti abbiamo annusato la chiave per aprire i sogni senza mai toccarla, prendendo pali, sbagliando occasioni, rimbalzando contro un pallido muro inglese che è rimasto appunto muto come un muro, senza avere nulla da dire al mondo. In campo ci siamo stati solo noi, noi che non credevamo di avere nei nostri piedi storie così, da raccontare lasciando ammutolire avversari pur imbarazzanti e improponibili. Abbiamo raccontato una bella storia, stasera, una storia limpida e dalla faccia pulita non nell’animo, per carità, ma nelle trame in campo e nelle azioni costruite, seguendo uno spartito che ci ha portato ad impossessarci della chiave del nostro futuro. Forse abbiamo raggiunto il limite della nostra capacità, ma ora la porta è dischiusa. Se solo imparassimo ad essere più cattivi, più smaliziati davanti al microfono, forse venderemmo più dischi e riusciremmo a battere la Germania, giovedì prossimo. Ma forse, così, tradiremmo quello che siamo riusciti a diventare: una squadra migliore, che riesce a portare in avanti il corso della Storia, che domina il suo passato (il pallido catenaccio) soffiando una ventata d’aria fresca. Vogliamo vincere, o diventare qualcosa di diverso? Il segreto di queste partite senza appello, in ogni caso, si chiama sempre Paura.

Due lampi finali. Non credo che tutti siano consapevoli di che cosa ci è passato sotto agli occhi negli ultimi dieci anni, come dice Marco, forse abbiamo avuto la fortuna di vedere con i nostri occhi il giocatore più determinante del calcio italiano, Andrea Pirlo, sintesi perfetta tra una corda di violino e un colpo di pistola. Quel rigore calciato in quel modo netto e ambiguo allo stesso tempo mi ha fatto strappare i vestiti di dosso. Ma soprattutto, per sempre mi ricorderò l’espressione di Pirlo trotterellante in avanti, sospinto dall’inerzia della sua grandezza dopo aver tirato, e segnato, così: una flemma di un Clint Eastwood bresciano, cinismo e narcisismo fusi nell’Assoluto.

E poi Daniele De Rossi e la partita giocata da Daniele De Rossi. Voglio fare un figlio stanotte, e lo chiameremo Danielederossi, tutto attaccato, e chissenefrega se lo prenderanno in giro a scuola, tra vent’anni. Voglio chiamare mio figlio così, con il nome di chi un attimo prima sventaglia sul palo un arcobaleno, e un attimo dopo lo ritrovi a coprire un buco in difesa nella posizione di terzino. Tutto, semplicemente: l’antidoto alla Paura.

Adoro tumblr perchè ha già la gif pronta del rigore di Pirlo. 
[aggiornamento: Francesco Costa sul suo blog ha già pubblicato il video, merita anche solo per la telecronaca inglese]

Adoro tumblr perchè ha già la gif pronta del rigore di Pirlo. 

[aggiornamento: Francesco Costa sul suo blog ha già pubblicato il video, merita anche solo per la telecronaca inglese]

Cite Arrow reblogged from erroneoussupposer