Chi ha segnato?

Scrivo dall’atrio della stazione di Venezia Santa Lucia. Hanno soppresso il mio treno, l’ultimo prima delle brevi ma quantomai necessarie vacanze natalizie. Sono stanco, finisce tutto tranne il mondo e la mia stanchezza per i troppi treni presi e le troppo poche birre prese, nel 2012, di fronte a un prato verde. Ma da questo binario 12, dove dai treni soppressi scendono macchinisti che dichiarano la resa delle locomotive, manco fossero un Giovannino Stroppa qualsiasi alla guida di un Pescara Regionale qualsiasi, e se ne vanno senza lasciare traccia, da questo binario c’è l’ultimo oppure il primo Momento Calcistico Tutto Mio del 2012. Un ragazzo, carico di valigie, avvistando l’orologio di servizio pericolosamente vicino alle ore 18, prende il cellullare e chiama casa. Stasera infatti si giocano quegli anticipi che fanno tanto calcio moderno, e che tanti bicchieri di vino rosso farebbero traballare al povero Brera, morto giusto giusto vent’anni fa, macchiandogli la sua barba graffiante. Prende il cellullare e chiama casa, in cerca di qualcuno collegato al computer per poter inviare la Formazione prima della scadenza: condanna e sottile piacere, questa incombenza settimanale che il calcio moderno in combutta con Trenitalia trasforma in questione di primaria rilevanza. “Mettimi un panchinaro qualunque”, si affanna a indicare mentre la locomotiva tace violata di fronte a noi tristi pendolari. “Oppure quello del Catania” suggerisce ancora, in questo neorealistico momento di Calcio puro come solo gli imprevisti ormai sanno regalarci.
Un calcio sempre più impoverito, aggrappato agli imprevisti, che osservo sempre più distante, per non sentire i cori beceri e perché non ci sono più giocatori con la brillantina come Nicolinoberti. E di tutte le poche partite viste, mi sovvengono solo le pastorali di Prandelli recitate a discepoli presto smemorati, l’unico calcio che mi ha lasciato sveglio tutta notte, ovviamente senza portare a casa nessun trofeo. Il calcio di rigore di Pirlo contro l’Inghilterra come un bacio a tradimento in un bagno di un locale quando lui è ubriaco e lei invece lucidissima, o vogliosissima (o viceversa), la tangibile incredulità di vincere contro la Germania più giovane, più tonica, più cool di una squadra allenata da un prete e che presentava in campo gente come Montolivo. La quiete come di fronte a una cosa buona e giusta nel seguire con gli occhi adagiati sullo schermo le linee geometriche e sensate come il piano strutturale di un onesto geometra di provincia che la Nazionale imbastiva agli Europei. La pace e l’invidia nel leggere i commenti di Mario Sconcerti. Le maniche asimmetriche di De Rossi, più martello che giocatore, forse, più sensazione che sentimento, sicuramente, vedendo anche i mediocri teatrini messi in atto in collaborazione con Zeman. De Rossi e basta, cognomi e basta, questo è stato il mio calcio del 2012, richiesti nelle pizzerie di Napoli (“Gioca Insigne?”), declamati sospirando come Pirlo, inseguiti nelle pagine rubate alle colazioni dei lunedì mattina dai tabellini di Televideo (pagina 206). Cognomi come tatuaggi, come un Del Piero che si fa non uno, ma due giri di campo, e non rilascia nemmeno una lacrima, di fronte a uno stadio nuovo e straziato per il suo commiato. Cognomi come manganelli, come Conte che ha reinventato il ruolo di top-player (prima e ultima volta che uso questo termine, scusate) spostandolo in panchina, impressionando con i suoi toni dimessi e cinici, da comandante in guerra, più di una rovesciata di Mexes da trenta metri. Cognomi come speranze, parola stuprata dall’addio del da me subito rimpianto Luis Enrique, altro esempio di talento trasferito dal campo alla panchina. Quasi come se quello che avviene nel rettangolo verde italiano fosse impoverito, prosciugato, depauperato da carenze tecniche degli organici e mancanze di tempo e concentrazione da parte di chi scrive, inchiodato più o meno felicemente ai binari delle stazioni. Altri altrove vi potranno raccontare di imprese tecniche, di calciatori, di reti segnate all’ultimo, di coppe dei campioni vinte in difesa, di calci di rigore poche ore prima di un terremoto, il calcio del 2012 qui si è annusato, come quegli odori inspiegabili che si percepiscono in autostrada, per qualche km, e poi svaniscono senza spiegazioni. Il mio calcio del 2012 sono tifosi tedeschi bardati di sciarpe del Bayern Monaco in un autogrill di Modena, pochi secondi dopo il terremoto, apparantemente inconsapevoli, e io che li guardo, e mi chiedo cosa ci fanno tifosi bavaresi in un autogrill di Modena quando la finale di Champions League si giocava proprio in casa loro, e mi chiedo cosa diavolo è appena successo, se a casa stanno bene, ecco, non l’ho capito cosa è successo a questo calcio, so che ormai la Gazzetta parla di Fine del Mondo invece che di Serie A, e non lo capisco, tutto questo, e mi aggrappo al bavero della giacca del signore prezzolato che ascolta il posticipo criminale del lunedì sera nell’atrio della stazione di Bologna con la radiolina appoggiata all’orecchio, camminando in cerchio, e al parafanghi della bicicletta di quell’altro vecchietto, alla tre e dieci di una domenica pomeriggio di una città lontanissima ma vicinissima a me, che diffonde la radiocronaca grazie a un transistor deposto tra gli stracci del cestino, ma nessuno la ascolta, e la gente chiede comunque “chi ha segnato?”.

Poi salgo sul treno, e riparto.

I 4 colpi

E’ già tutto irrimediabilmente compromesso quando la palla viene blandamente respinta dalla difesa azzurra, sciolta come tanti cubetti di ghiaccio disseminati sul prato e dimenticati al sole, e inizia a planare verso il centrocampo. Siamo già nel secondo tempo, e siamo già affondati sotto le pugnalate della Spagna. Il pallone rinviato in qualche modo da Barzagli sembra un dirigibile forato, lascia dietro di sè una lunga scia di amarezza, e come una foglia morta, la palla cade flaccida nella zona di Andrea Pirlo, circondato da avversari molto più in forma di lui. Pirlo osserva il pallone con gli occhi spenti, una sfera che ancora non si adagia sul campo impedendogli di fare forse l’unica cosa che potrebbe salvare le sorti della nostra Nazionale: toccarlo con i piedi. Invece il pallone rimane sollevato da terra, sospinto da immanenti campo magnetici spagnoli che trascendono la gravità e i limiti umani, e così non può ascoltare le promesse che i piedi di Pirlo sarebbero pronti a fargli: “cadi pallone, e io ti porterò ancora una volta in spazi aperti, cadi pallone, lasciati prendere tra le mie gambe stanche e ancora una volta, forse l’ultima, io saprò ancora dirti le parole che vuoi sentirti dire”. Invece il pallone cadrà lontano, disegnando una parabola inutile su cui andranno ad appendersi gli occhi di Pirlo e le nostre speranze, bagnate come vestiti centrifugati, ed è in quel preciso momento che si manifesta tutta l’impotenza dell’Italia contro la Spagna. Perderemo 4 a 0, quattro(cento) colpi ai nostri sogni covati durante giugno che non hanno saputo resistere all’estate. Primule sfiorite.

Se siamo arrivati a singhiozzare dopo una finale di un Europeo, lo dobbiamo essenzialmente al curato di provincia che ha rivoluzionato il nostro modo di giocare a pallone. Prandelli ci ha portato a giocarci la coppa con la Spagna, a dispetto di limiti strutturali nella rosa e nel movimento, e forse sarebbe giusto giudicare anche la finale attraverso i suoi insegnamenti. Ma le quattro ferite che portano i nostri ideali fanno liberare le gabbie dentro cui abbiamo tenuto nascosto gli avvoltoi, che già iniziano a volteggiare sugli schermi televisivi, sui giornali del giorno dopo e sulle teste di molti italiani che giocano a fare i tifosi.
Partita dopo partita, in questo Europeo abbiamo scardinato porte di antichi pregiudizi e retaggi insormontabili. Nessun nemico al nostro fianco, nessun salvatore della patria uscito dal cilindro, nessuna trincea scavata nell’erba. Molte parabole, sul nostro cammino, quella dell’Insegnamento, della Presa di Coscienza, dell’Ottimismo e dell’Attesa, valori quasi contadini innestati nel cuore di bulletti e mangiatori di merendine che si sono ricordati come si sta in campo. Restava l’ultima porta, da aprire, la porta del Trionfo, unico e definitivo giudice che dirime tra buoni e cattivi. Ad attenderci, al suo interno, seducenti femmine che intrecciavano passaggi come fossero acconciature, che lavoravano la palla come merletti, bagnando la punta dell’ago con il nostro sudore. Siamo arrivati di fronte ai Campioni di Tutto armati soltanto dello stupore per esserci, prima di tutto. Ma già sfiniti, sfibrati, sparpagliati sul tavolo in milioni di pezzettini: il prezzo da pagare, per superare se stessi. E’ finita nell’unico modo in cui poteva finire, come quando si sogna abbastanza da muoversi nel letto, e si cade sul pavimento sbattendo la testa. Lacrime.

Prima ancora di stabilire l’utilità di certe sostituzioni (panettone Motta), o di brandire il manifesto del logorio fisico (sebbene a mio modo decisivo, a parità di energie sarebbe finita ben diversamente, perlomeno nelle proporzioni della sconfitta), Spagna-Italia ci ha ricordato come non sempre basta voler essere felici, per esserlo davvero. Eppure fermiamoci a un passo prima, sul ciglio della porta, appunto, fermiamoci allo snodo decisivo di questa Storia in sei atti, mentre studenti erasmus iberici ghermiscono le nostre piazze svuotate immediatamente dalle lacrime puerili di Bonucci e Balotelli.
Ho amato molto questa Nazionale 2012 di Prandelli non perché sia arrivata così vicino dal vincere, o perché ci abbia mostrato un livello di gioco moderno ma ragionevole, affascinante senza scadere nello stucchevole, dal piglio artigianale, di quelle cose fatte a mano che sanno unire grazia nei movimenti e praticità negli approcci. No, ho amato questa Storia se vogliamo molto da oratorio, quasi da fiction di Raiuno, per averci inchiodato ai divani e ai maxischermi con una semplice domanda: vogliamo provare ad essere felici, ogni tanto? Aldilà dei moduli tattici, delle giocate dei singoli e dello spirito di gruppo (concetti se vogliamo anche un po’ aleatori, funzionano quando funzionano, un po’ come gli oroscopi che ci prendono il giorno dopo), resta prima e dopo di tutto questa domanda. 

C’è stato un momento, nella storia del Calcio italiano, in cui la Nazionale si è fatta questa domanda, e di riflesso l’ha posta a noi, vogliamo provare ad essere felici, almeno una volta, ogni tanto? Una domanda da tradurre in campo, e non nell’economia, nella politica e nelle nostre vite di tutti i giorni, perché trattasi sempre di partite, o di metafore, eventualmente, ma qui nessuno ha il fegato di spacciarle per consigli di vita. Per una Nazionale avere voglia di essere felici è cercare di vincere rinnegando retaggi, proponendo un centrocampo di piedi buoni e idee argute, quasi divertendosi, a giocare in modo illuminato, provando a inventare qualcosa, invece che distruggere soltanto. E’ solo calcio, deve aver detto Prandelli negli spogliatoi, ed è tutto qui: è solo provare ad essere felici, deve aver chiesto Prandelli ai suoi giocatori, e se dopo un Europeo così, ci è venuto il dubbio anche a noi che guardavamo soltanto, forse essere tifosi della Nazionale ha ancora un qualcosa di dignitoso.

Ed è molto inquietante e molto inevitabile, in un certo senso, vedere come porci certe domande, su di noi, e sulla felicità, abbia frantumato le ginocchia di De Rossi, abbia colorato di rosso gli occhi del nostro pianista, Andrea Pirlo, ci abbia fatto precipitare come primule sfiorite. Sommersi dalla maestria spagnola, da 4 colpi alle nostre velleità che ora, spenti i riflettori, ora che si torna alla normalità disgustosa del calcio italiano, rimarranno davvero molto sole. Lontanissime da qui.

Molto forte, incredibilmente vicino

Le scarpe pesanti. Portiamo le scarpe pesanti tutti i giorni, mentre traslochiamo d’ufficio, ci rendiamo conto di quanti sceriffi ci siano in giro, non abbiamo i soldi per scappare lontano un sabato a caso. Le scarpe ci diventano pesanti ogni volta in cui proviamo a fare di testa nostra, ci ostiniamo a chiudere gli occhi e a credere che il mondo ce l’ha contro di noi, qualcuno ce l’ha contro di noi, qualcuno ci vuole male. Abbiamo sempre vinto, nella storia del calcio italiano, tenendo gli occhi e i pugni chiusi: serrandoci in difesa, chiudendo gli occhi per non vedere quanta distanza ci fosse tra la nostra area di rigore assediata, e la porta avversaria. Arroccandoci contro un Nemico, sempre diverso ma sempre esterno, manna dal cielo che moltiplicava forze e fantasia, come un torrente che scivola a valle dopo un temporale: l’acqua scorreva, ma inquinata dalla terra erosa dalla nostra rabbia contro “chi ci vuole male”. Ma così abbiamo vinto, in passato, prima di tutto per senso di ri-vincita, che di vittoria. Abbiamo sempre vinto, finora, nonostante qualcosa, o qualcuno: la resistenza sui campi di calcio. Stasera abbiamo mandato in scena la resistenza Dolce: la Resilienza.

Poi succede che le scarpe diventino leggere. Che ci si ritrovi scalzi, a correre sopra le fontane, per bagnarsi i piedi, senza paura di scivolare. Abbiamo appena vinto contro la Germania, e se le statistiche vogliono dire qualcosa (e forse sono l’ultima religione cui possiamo ancora appellarci), non dovremmo esserne stupiti più di tanto: li abbiamo sempre battuti, i tedeschi, in gare ufficiali. Eppure abbiamo le scarpe leggere, gli occhi sgranati, i piedi scalzi e corriamo sopra le fontane: perché abbiamo fatto qualcosa di completamente diverso, dal vincere, abbiamo inventato un nuovo modo italiano di stare sui campi di calcio. Con gli occhi aperti, con le mani aperte a dirigere, manovrare, sentire l’aria sulla pelle. Nel busto di bronzo di Mario Balotelli, spogliatosi di dosso tutti gli oleosi discorsi sul suo conto, più che arroganza o orgoglio ci ho visto infantile gioia nel mostrarsi nudo, nello scrollarsi di dosso molte cattiverie, molte parole, molti nodi allo stomaco: questo sono io, ho appena segnato una doppietta memorabile, non ho bisogno di nient’altro. L’emancipazione del calcio italiano dai suoi maestri e dalle sue catene, uno schiavo (del buongusto, della retorica, del populismo, della tattica fine a se stessa e dei complotti) che spezza i lucchetti e rimane puerilmente nudo come un bambino che gioca in spiaggia. I piedi nudi della Storia che sguazzano in mare.

Germania-Italia è il primo bacio, è lei che ti dice di sì, che verrà al ballo della scuola, sei tu che ti togli gli occhiali e ti metti la brillantina nei capelli e ti senti bellissimo, finalmente, la sera del tuo primo appuntamento. Una squadra fisicamente debilitata riusciva a coprire il campo con la forza della leggerezza, con la calma della ragione. E se la Germania mostrava le unghie, l’Italia opponeva con naturalezza un’ostinazione mite ma logica: sapeva dove condurre il pallone, con Andrea Pirlo a orchestrare quasi andreottianamente (non me ne volere per il paragone, Maestro) le manovre in campo, portando il pallone dove decideva lui, ma lasciando quasi credere agli altri che lui non c’entrasse nulla. E invece era ovunque, e il pallone era un cane tenuto al guinzaglio da un Pirlo oltre la commozione: quando la palla si imbizzariva, Andrea tirava le redini, la ammaestrava, una volpe trascinata dalla luna sul campo, che lo guardava con occhi riconoscenti, quasi devoti. Le scarpe leggere, finalmente. Era come quando ti ritrovi nel parcheggio della scuola, la sera del ballo di fine anno, e finalmente prendi coscienza di te stesso, e decidi che sarai tu a governare il tuo braccio, e non i luoghi comuni o i pregiudizi, a farti tremare le gambe o chiudere gli occhi. E sferri un destro contro chi sta facendo il porco sulla tua Bella. E ti senti Dio. C’è stato un momento, nel secondo tempo, mi pare fosse il minuto numero 78 ma non me lo ricordo bene, perché appunto, mi sono sentito Dio, quando Pirlo soffiava sul pallone, e De Rossi lo cresceva caparbio e ostinato come un padre di famiglia, sradicandolo e seminandolo altrove, facendo crescere alberi sull’erba, facendo scattare dentro di me la voglia di presentarmi domani mattina in Comune, chiedere del sindaco e obbligarlo a fargli intitolare una piazza davanti a un ipermercato.

Le scarpe leggere come quando senti che ce la stai facendo, che è diverso dall’avercela fatta: è ancora più bello perché inebriante, e perché rimane ancora un passo importante, decisivo, da fare. Ma acquisti consapevolezza, come vivere l’adolescenza a trent’anni, tipo, chissà come te la godresti. Germania-Italia è una promessa mantenuta, e l’incredulità di assistere a un’esposizione di calcio moderno, sapiente, giudizioso, intelligente e artigianale, da parte di un movimento che invece sa solo sperperare, e sbugiardare, e rovinare. Germania-Italia è un esempio, è semplicemente una storia da raccontare, quella sera in cui tuo padre portò al ballo tua madre, e mentre l’orchestra suonava sarebbe finalmente riuscito a baciarla. Non possiamo ancora sapere se poi mamma e papà effettivamente si sposeranno, il cerchio si chiude domenica prossima contro la Spagna, in un percorso circolare che sembra un anello da infilare al dito e che ci fa scivolare in avanti. Stanotte però voglio fermarmi e sentire quanto sono leggere queste scarpe, e voglio raccontare questa storia fatta di uomini, prima di tutto, una storia portata avanti con silenziosa caparbietà da individui, sostanzialmente soli, senza avere un movimento alle loro spalle, che è riuscito a far ammutolire un’armata teutonica che invece produce centri federali, nidiate di giocatori giovani e frizzanti, società e ambiente sano, ma cui mancava l’ingrediente principale: una trama. Una storia. Degli uomini che avessero qualcosa da dirci.

Gabriele Romagnoli ricorda un brano di un’intervista a Prandelli di qualche mese fa dove si parla di amore e di attese. Gli chiede se sia necessario ‘aspettare’: Prandelli gli oppone imperturbabile un muro di sì. Prandelli ha aspettato Cassano, un uomo colpito da ictus cui nessuno dava più credito. E’ finita con quest’uomo che portava in braccio un bimbo dai capelli d’oro sul campo, dopo aver aperto la finestra nell’area di rigore tedesca e averci fatto entrare raggi di sole per la testa di Balotelli. Prandelli ha aspettato un feticcio mediatico, un ragazzo decisamente antipatico che quasi godeva, a bruciare occasioni come fossero canne al campetto. E’ finita che nemmeno ce ne siamo accorti, di quando la palla è entrata, e siamo rimasti pietrificati da quei serpenti negli occhi, così burberi e teneri come solo i bambini quando giocano a fare i duri sanno essere. Prandelli ha aspettato che i suoi discepoli assimilassero la sua storia, e scendessero in campo a raccontarla a milioni di italiani. La storia è semplice, e ci ricorda come sia impossibile andare lontano, con le scarpe pesanti. “Non possiamo tornare indietro”, ha detto nella conferenza stampa alla vigilia della partita. Il successo di questa Nazionale consiste nell’avercela fatta proprio passare, la voglia di tornare indietro. Prandelli ci ha insegnato come ‘aspettare’ possa essere un verbo di movimento, e non sterile ottimismo o patetico vittimismo retrospettivo. Siamo stati sciocchi, a non accorgerci di dove stavamo andando, a stupirci di affrontare la squadra più forte d’Europa, completamente esausti, con il piglio di chi sapeva cosa fare. Quel piglio dischiuso nei polmoni di Marchisio, dal fiato incessante come una pioggia d’autunno, nella spensieratezza di Diamanti che si strappa di dosso braccialetti e retaggi per nasconderseli nelle mutande, perché non c’era tempo per spiegazioni, era tempo di giocare. Quel piglio di un recupero difensivo di Bonucci, che si è allungato in scivolata andando a cucire passato presente e futuro.

E’ una storia fatta di persone, sempre loro alla fine, le persone che ci mettono qualcosa di proprio, qualcosa di insospettabile per l’altro, e cuciono una storia leggera, sincera, quasi inesorabile. Abbiamo imparato a giocare, con gli occhi aperti e le scarpe leggere, senza bisogno di odiare qualcuno per poter vincere, senza bisogno di vincere per farci venire voglia di abbracciarci. Stanchi, offesi, screditati: questo eravamo, questo credevamo di essere, prima di questo Europeo. Dopo stasera, dopo un ennesimo Germania-Italia delle nostre vite, ci rendiamo conto di cosa possano fare, le persone, di molto forte, e di riuscire a sentirsi, per una notte almeno, incredibilmente vicine tra loro.

Quella volta che Pirlo sbagliò il cucchiaio (via fcbarcelona)

Modi alternativi di calciare un rigore.

Tutti noi italiani abbiamo ancora negli occhi il cucchiaio con cui Andrea Pirlo ci ha di fatto regalato la semifinale di Euro 2012. Il cucchiaio è storia (quasi) recente, mentre molti di noi non si ricorderanno di un certo Johann Cruyff, che i rigori li batteva così:

Ci provarono, in tempi più recenti, anche Pires ed Henry dell’Arsenal con esiti tutt’altro che soddisfacenti:

Italy in the sky with Diamonds

Adesso forse l’ho capito perché nove mesi dopo una grande vittoria calcistica nascono bambini con i nomi di chi, una sera di nove mesi prima, ha fatto godere prima ancora di entrare nel letto i futuri mamma e papà. Se è vero che ogni vittoria fa storia a sè, ci sono vittorie che fanno più storia delle altre, ci sono vittorie che riescono a farti bere più birra o urlare di più, ma la reazione psicosomatica ad un certo punto è davvero relativa. Ci sono vittorie, infatti, che bastano a se stesse, prima ancora che significare davvero qualcosa in termini di risultato finale o di emozioni instillate. Inghilterra-Italia, domenica 24 giugno 2012, è forse una delle vittorie più belle degli ultimi vent’anni del calcio italiano. Non sono i Mondiali, d’accordo: non ribalteremo cassonetti o non ci tufferemo nei fossati dei castelli per festeggiare una coppa, sono soltanto i quarti di finale di un torneo europeo, per giunta. Ma io stanotte vorrei comunque fare l’amore con buona parte di voi.

Oggi sono stato a un festival sull’erba della pianura padana, il tempo necessario per costruirmi il rimpianto di doverlo abbandonare così presto, così prematuramente. C’erano predisposti, in questo festival che si chiamava Abbassa ma che a me faceva alzare le palpebre, se non le mani, ben due schermi grandi quanto la voglia di sciogliersi addosso di ciascuno di noi. E mentre faceva caldo, mentre tutto doveva ancora accadere (il fischio d’inizio, i gruppi più importanti sul palco, la birra, le pizze, i tiri e gli errori in campo, certe canzoni che spezzano un’azione come un lampo di De Rossi, o sono perentorie come un rigore di Pirlo), mi sono chiesto come si sarebbe risolta, questa dicotomia impossibile tra musica e calcio, tra suoni e nazionale, due universi paralleli (il lungo inverno, la bella estate, o viceversa?) così in antitesi, uno così vero e romantico ed elitario, l’altro così finto e popolare e commercializzato. Io poi me sono andato prima, perché dovevo salutare un amico che non vedevo da troppo tempo, e non so poi alla fine come l’abbiano risolta. Se la musica abbia ceduto il passo al calcio, o se siano riusciti a convivere, tra le urla davanti al maxi-schermo e quelle dentro la pancia di chi invece è rimasto accovacciato sotto al palco. Eppure la dicotomia poggiava sempre e comunque su fili d’erba, lei oggi era vestita di verde, verde i suoi occhi e aveva un sorriso per tutti. Tutti, prima che venisse inserito il jack della chitarra, o la palla iniziasse a rotolare, tutti abbiamo creduto che qualcosa stava per accadere, e tutti abbiamo avuto la tentazione di sorridere.

Ho scelto il calcio, ho risolto così la dicotomia tra i canti della pianura padana e i canti dei tifosi sugli spalti. Sedotto, ancora una volta, da questo incantesimo di cui conosco il trucco a memoria, basta far indossare una maglia azzurra a undici giovanotti, metterli su un prato a inizio estate, aumentare la temperatura esterna, chiudere a chiave il futuro e lanciare la chiave dentro la porta avversaria. Le partite a eliminazione diretta vanno oltre il calcio stesso e diventano dramma collettivo, e le valutazioni tecniche, le pagelle che vedrete domani sui giornali, sono i pallidi tentativi di spiegare alla massa il trucco. Certo, vi sciorineranno cifre emblematiche come una piramide nel deserto tipo queste: l’Italia ha tirato 35 volte contro le sole 9 conclusioni degli inglesi. Abbiamo mantenuto il possesso palla per il 64% del tempo a disposizione. Abbiamo effettuato 820 passaggi contro i 340 della squadra di Roy I Don’t Know Hodgson: 820 modi di arrivare a prendere quella chiave oltre la linea di porta, senza riuscirci mai, però, fino a quando si è giocato a calcio.

Gli scienziati, domani mattina, vi proveranno a raccontare di come mago Prandelli ha inscenato il solito trucco di magia, trasformando una zucca azzurra in una graziosa e coscienziosa carrozza. E faranno nomi e cognomi e vi sveleranno i segreti della magia di una gara della nazionale a eliminazione diretta. Ingenui e presentuosi tentativi di spiegare l’inspiegabile, come quelli che si mettevano a seguire Lost scuotendo la testa, come quelli che si arrabbiavano se Lost non rispondeva alle mille domande disseminate nella giungla, indegni telespettatori prima ancora che ingenui: la magia non si spiega, la magia si subisce, supinamente, quasi sadicamente. Ed è come quelli che mentre guardo un concerto mi fanno notare la corda stonata della chitarra, o un passaggio a vuoto del batterista, invece di stare semplicemente zitti a divorarsi le unghie e lo stomaco, o a cadere stremati sul divano dopo che un giocatore del Bologna ci ha appena portati alle semifinali dell’Europeo. Come è possibile ricadere vittime dello stesso incantesimo, come è possibile ritrovarsi sempre un po’ stupiti a vedere strade che si riempiono quando la palla entra in rete, quando dovremmo tutti conoscere il segreto del sadico trucco?

La risposta cercatela sui giornali di domani, sulle trasmissioni come Sfide che tra vent’anni andranno a intervistare Andrea Pirlo, con i capelli lunghi come ora ma un po’ più argentati (mica diventano bianchi, i capelli, a Pirlo, diventano d’argento e forse d’oro), cercatela nei volti assonati dei vostri figli che sono rientrati più tardi, per aver perso tempo a imprecare contro Balotelli, cui invece ho voluto bene proprio come un figlio, quando ha tirato una punizione alle stelle e gli ho letto la morte in faccia, che scivolava sciolta nel sudore sul suo volto rigato come argilla secca e frantumata che non assorbe la pioggia, ma la lascia scorrere. La risposta, di come sia possibile ogni volta cadere vittima del tranello delle sfide a eliminazione diretta, cercatela nei capelli arruffati di una bambina sul seggiolino, avvinghiata al padre che intanto pedala reggendo il Bandierone, che forse non avrà notato quanto era stremato Marchisio, quanto era migliorato negli anni Abate, quanto fossero teneri e pure un po’ finti, gli azzurri stretti in cerchio per darsi la carica prima dei calci di rigore. La risposta chiedetela a quel ragazzo che mi ha urlato dal finestrino “E smuoviamo questa città di merda”, forse pure lui avrà voluto bene come un figlio a Balotelli, quando ha segnato quel primo rigore, quando tutto il resto d’Italia credeva l’avrebbe sbagliato.

Questa vittoria, stasera, è una delle più belle degli ultimi vent’anni del calcio italiano perché è stata costruita con materiali poveri, palchi artigianali montati con trattori e ragazzi dalle magliette sudate, orchestrati da un padre come Prandelli, che al 119esimo minuto, solo 60 secondi prima della fine, ancora si sistemava computo la cravattina. E dopo un rigore segnato, andava ad abbracciare il figlio, quello vero, di fianco a lui. E’ così bella, seppure non definitiva, perché abbiamo dominato senza urlare, siamo stati sul palco a cantare senza mai far tremare la voce e anzi, sempre con i polmoni piene di idee, ordine e proposte di gioco. Le gambe, forse, hanno tremato, i cuori sicuramente, hanno tremato, quando per 120 minuti abbiamo annusato la chiave per aprire i sogni senza mai toccarla, prendendo pali, sbagliando occasioni, rimbalzando contro un pallido muro inglese che è rimasto appunto muto come un muro, senza avere nulla da dire al mondo. In campo ci siamo stati solo noi, noi che non credevamo di avere nei nostri piedi storie così, da raccontare lasciando ammutolire avversari pur imbarazzanti e improponibili. Abbiamo raccontato una bella storia, stasera, una storia limpida e dalla faccia pulita non nell’animo, per carità, ma nelle trame in campo e nelle azioni costruite, seguendo uno spartito che ci ha portato ad impossessarci della chiave del nostro futuro. Forse abbiamo raggiunto il limite della nostra capacità, ma ora la porta è dischiusa. Se solo imparassimo ad essere più cattivi, più smaliziati davanti al microfono, forse venderemmo più dischi e riusciremmo a battere la Germania, giovedì prossimo. Ma forse, così, tradiremmo quello che siamo riusciti a diventare: una squadra migliore, che riesce a portare in avanti il corso della Storia, che domina il suo passato (il pallido catenaccio) soffiando una ventata d’aria fresca. Vogliamo vincere, o diventare qualcosa di diverso? Il segreto di queste partite senza appello, in ogni caso, si chiama sempre Paura.

Due lampi finali. Non credo che tutti siano consapevoli di che cosa ci è passato sotto agli occhi negli ultimi dieci anni, come dice Marco, forse abbiamo avuto la fortuna di vedere con i nostri occhi il giocatore più determinante del calcio italiano, Andrea Pirlo, sintesi perfetta tra una corda di violino e un colpo di pistola. Quel rigore calciato in quel modo netto e ambiguo allo stesso tempo mi ha fatto strappare i vestiti di dosso. Ma soprattutto, per sempre mi ricorderò l’espressione di Pirlo trotterellante in avanti, sospinto dall’inerzia della sua grandezza dopo aver tirato, e segnato, così: una flemma di un Clint Eastwood bresciano, cinismo e narcisismo fusi nell’Assoluto.

E poi Daniele De Rossi e la partita giocata da Daniele De Rossi. Voglio fare un figlio stanotte, e lo chiameremo Danielederossi, tutto attaccato, e chissenefrega se lo prenderanno in giro a scuola, tra vent’anni. Voglio chiamare mio figlio così, con il nome di chi un attimo prima sventaglia sul palo un arcobaleno, e un attimo dopo lo ritrovi a coprire un buco in difesa nella posizione di terzino. Tutto, semplicemente: l’antidoto alla Paura.

Stappo una birra, bevo un sorso e mi prendo il fresco della sera affacciato alla finestra. Non sento più nemmeno il caldo. Sento invece clacson e caroselli per le strade. I tempi sono duri e si sfruttano tutte le poche occasioni per fare festa. Meglio non sprecarle. Va bene così. Godiamoci questa serata in cui tutto è andato bene fino in fondo. Godiamoci anche Balotelli, anche se ha sbagliato tanti gol ma ha segnato il primo rigore che ci ha aperto la strada. Godiamoci il capitano Buffon che nonostante tutto ci ha salvato all’inizio e alla fine. Godiamoci il talento e l’energia di Diamanti, di Nocerino, di De Rossi e di tutti gli altri. Godiamoci, soprattutto, di Pirlo: del suo cucchiaio, del suo piede destro. Un altro che non sorride mai, nemmeno quando fa una cosa così splendida. Uno così lo aspettavamo dai tempi di Baggio, forse anche da prima. Forse superiore a Totti e Del Piero. Sicuramente il miglior giocatore italiano del nuovo secolo.
Per una serata dimentichiamoci di tutto e godiamoci del resto. Intanto i caroselli continuano. Intanto questa birra sembra non finire mai e il vento continua a spostare il caldo da un’altra parte.
Che magnifica serata. 

Stappo una birra, bevo un sorso e mi prendo il fresco della sera affacciato alla finestra. Non sento più nemmeno il caldo. Sento invece clacson e caroselli per le strade. I tempi sono duri e si sfruttano tutte le poche occasioni per fare festa. Meglio non sprecarle. Va bene così. Godiamoci questa serata in cui tutto è andato bene fino in fondo. Godiamoci anche Balotelli, anche se ha sbagliato tanti gol ma ha segnato il primo rigore che ci ha aperto la strada. Godiamoci il capitano Buffon che nonostante tutto ci ha salvato all’inizio e alla fine. Godiamoci il talento e l’energia di Diamanti, di Nocerino, di De Rossi e di tutti gli altri. Godiamoci, soprattutto, di Pirlo: del suo cucchiaio, del suo piede destro. Un altro che non sorride mai, nemmeno quando fa una cosa così splendida. Uno così lo aspettavamo dai tempi di Baggio, forse anche da prima. Forse superiore a Totti e Del Piero. Sicuramente il miglior giocatore italiano del nuovo secolo.

Per una serata dimentichiamoci di tutto e godiamoci del resto. Intanto i caroselli continuano. Intanto questa birra sembra non finire mai e il vento continua a spostare il caldo da un’altra parte.

Che magnifica serata. 

Adoro tumblr perchè ha già la gif pronta del rigore di Pirlo. 
[aggiornamento: Francesco Costa sul suo blog ha già pubblicato il video, merita anche solo per la telecronaca inglese]

Adoro tumblr perchè ha già la gif pronta del rigore di Pirlo. 

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La merenda dei campioni

La palla passa tra due teste, sfiora i capelli croati e si deposita là, in fondo alla rete, il portiere vestito di verde impreca cose verdi di bile: come è stato possibile, si chiede, che la palla sia passata esattamente tra due teste? Quanti centimetri saranno stati? Venti, trenta, non di più, forse di meno. C’è un giocatore con la faccia triste, o scocciata, non l’abbiamo ancora capito e se provi a chiederlo lui mica ti risponde, c’è questo giocatore che si chiama Andrea Pirlo e fa passare la palla tra le teste dei giocatori in barriera, e segna, e vorrebbe anche riuscire a far vincere la squadra per cui gioca, che si chiama Nazionale perché la guardiamo tutti o la odiamo tutti, però questo non gli riesce. Andrea Pirlo finché deve far passare il pallone tra le nostre teste, accarezzandoci e facendoci innamorare di lui ogni volta, ce la fa, ma portare alla vittoria la Nazionale, questa Nazionale imbastita di giocatori non troppo grandi, non troppo piccoli, non troppo decisivi, non troppo caparbi e non troppo scarponi, proprio non gli riesce. Non bastano le carezze di Pirlo su punizione o quelle di Prandelli dopo che abbiamo segnato, “State calmi”, dice, accompagnando la premura con ampi e ariosi gesti delle mani, stiamo calmi, ci accarezza il buon padre di famiglia, e calmi lo siamo stati, fino alla fine, fino a quando non ci hanno rimontato, e abbiamo pareggiato e adesso sembra proprio che la festa stia già per finire.

La verità è che l’Italia non è brava abbastanza (semicit.), e noi possiamo tirare fuori tutti i discorsi da pasticceri, quanto lievito ci metterà la Spagna, con quanta glassa guarnirà la Croazia, discorsi che solo in Italia possiamo appunto fare, dimenticando che ci sono giocatori di una dignità tale, tra gli Spagnoli, che a maggior ragione, per evitare sospetti, giocheranno alla morte: ma non è questo il punto. La verità è che non è brava, e basta, è che non riusciamo a uscire da una velata mediocrità che ci avvolge e che congestiona tutto l’andamento della partita, del torneo e del momento del calcio italiano.

Abbiamo avuto la gara in mano, nel primo tempo contro la Croazia, ma non siamo riusciti a dominare, non avendone la spietatezza. Abbiamo avuto la possibilità di resistere, quando eravamo chiaramente in affanno nel secondo tempo, ma non siamo affondati, nemmeno dopo il pareggio, siamo rimasti lì, tra le nebbie dei fumogeni incapaci di cedere al disastro. Ci manca un dramma, e una gloria piena, ci mancano giocatori che sappiano cosa fare e sappiano trascinare questi studenti in gita in Polonia cui manca sempre qualcosa per diventare Grandi e forse, oltre alle carezze, oltre alle prediche, forse ora hanno anche bisogno della Paura, per riuscire ad andare avanti, anche se Grandi, mai lo saranno.

Due cose, in chiusura. La prima riguarda Balotelli, che verrà nuovamente bistrattato da chi di calcio ne capisce, mentre io che invece non ne capisco, posso impunemente dire che non andava sostituito, andava lasciato in campo, perché il suo lo stava facendo, peraltro senza nemmeno prendere a pugni il campo: ha tenuto palla, ha preso sportellate, ha guadagnato falli e stavolta sì, faceva bene a sbuffare, al momento della sostituzione. Ancora e sempre titolare, mi sbilancio, perché come lui nessuno, in rosa.

La seconda, invece, mi sovviene guardando gli spalti di oggi, diecimila croati inneggianti contro qualche migliaio di italiani. E poi per Spagna - Irlanda, migliaia di irlandesi a seguire una nazionale sicuramente perdente. E così, in tutti gli altri stadi, sempre e comunque tifosi accorsi in massa dai rispettivi paesi. Noi, invece, giochiamo sempre in minoranza. Noi quattro volte campioni del mondo, una volta d’Europa, noi che il calcio lo mastichiamo dalla mattina a sera, non spostiamo più tifosi per la Nazionale. Di che cosa stiamo parlando, dunque? Che cosa pretendiamo di vincere, quando i primi a non esserne interessati siamo noi che abbiamo smesso di andare allo stadio, e non penso si tratti solo di questioni economiche, non mi verrete a dire che i croati e gli irlandesi se la passano meglio di noi? Qualcuno un giorno dovrà proprio spiegarcelo, quand’è che abbiamo smesso di saper giocare a pallone e di guardarlo rotolare con i nostri occhi, invece che scriverne, guardarlo alla tv o semplicemente masticarlo soltanto, come si fa con una cicca, che poi si sputa, e si attacca sotto al banco di scuola.

Metti un Pirlo sotto l’albero

La regola è semplice: i Mondiali altro non sono che gli Europei con, in più, Brasile e Argentina. Quelli che sono partiti venerdì scorso altro non sono che l’esposizione della scuola calcistica più efficiente e potente del pianeta. Il calcio migliore si gioca dove ci sono le squadre più forti, i tecnici più preparati, una cultura più solida e, soprattutto, circolano i denari. Gli Europei proprio per questo rappresentano il torneo più equilibrato, forse meno romantico ma sicuramente appuntamento immancabile per chi vuole provare a capirci qualcosa sul calcio.

Fissato questo indispensabile paletto, è bene ricordare anche come l’Italia in questo equilibrio non sia mai riuscita ad emergere, eccezione fatta per il titolo vinto grazie a una monetina lanciata in aria nell’ormai lontano 1968, e poi sfiorato nel 2000 grazie alla dignità di Dino Zoff in panchina, prima che Trezeguet ci castigasse con l’orrenda regola del Golden Gold. Da sempre portatori insani di un calcio pratico imbastito con sufficienti dosi di tecnica e merletti, l’Italia trova più respiro in un contesto mondiale dove può agevolarsi grazie a fortuna, squadre materasso e imprese epiche che riescono a tirar fuori orgogli e pruriti interni. In Europa invece tutto è più ingessato, per la premessa iniziale, tutti conoscono tutti ed emergere è molto più difficile.

Prendiamo la Spagna, per esempio. Prima di diventare Campioni del Mondo e d’Europa, rischiarono di essere eliminati, nel 2008, nei quarti dell’Europeo proprio contro l’Italia. Poi, fu il trionfo, l’inizio di una messa cantata di un calcio ricamato, cesellato da piedi deliziosi di piccoli e ruminanti giocolieri come Xavi e Iniesta, già eroi con il Barcellona. Un incessante Bolero di Ravel che sublima il suo crescendo solo dopo diverse note rovesciate sul campo. Incantatori di serpenti, flautisti che conducono i topolini ipnotizzati giù dal burrone. Ma anche a loro, sui banchi dell’università del Calcio, è capitato appunto di steccare, viziati da quell’insopprimibile difetto di non volerne proprio sapere di tirare in porta.

La scena emblematica, del rispetto e della paura che incutono, ma allo stesso tempo dell’umanissimo limite dei flautisti spagnoli, l’abbiamo potuta ammirare nella sfida tra Spagna e Italia di oggi, quando, durante un primo tempo abbastanza soporifero, il seducente David Silva è entrato in area come un gattone, praticamente solo di fronte a Buffon, ma invece di scaricargli in faccia un tiro come il calcio pratico richiederebbe, ha addirittura passato la palla all’indietro. Facendo ricominciare tutto da capo: gli orchestrali iberici si sono leccati la punta delle dita, hanno sfogliato lo spartito e ripristinato nuovamente il loro Bolero. In quel momento abbiamo capito che sì, stavamo assistendo ai livelli più alti dell’espressione calcistica europea, e sì, tutto sommato c’erano dei limiti, in questo, limiti da interpretare, da sfruttare, per provare a vincere.

Ma non è stata questa la morale di Spagna-Italia. Prandelli, in conferenza stampa alla vigilia della partita, disse che si sentiva “felice e sereno come un bimbo che aveva fatto i compiti”. Ma del bimbo giudizioso il nostro commissario tecnico ha sfruttato non le ore diligenti di studio, ma qualcosa di molto poco italiano, se vogliamo, di molto poco pragmatico ma allo stesso tempo elementare: “Clear Eyes, Full Hearts, Can’t Lose!”. I bimbi hanno gli occhi puliti, e i cuori pieni, ed è con questo approccio che abbiamo affrontato i migliori del Mondo. Prendete De Rossi, con le maniche lunghe, il cielo negli occhi e la barba arruffata, sembrava un ragazzino piazzato là dove non dovrebbe stare ma che si rimbocca le maniche e spazza via tutti i palloni che gli capitano appresso. Una mossa illogica, non esattamente italiana, quindi, nel senso calcistico del termine, eppure ha funzionato. Prendete Balotelli, sì, Balotelli che verrà ovviamente affossato per quell’incredibile indolenza davanti a Casillas, e subito sostituito: l’erba del campo non si ricorderà di quell’errore, ma dei tre pugni tre che ha ricevuto nel primo tempo, una rabbia così puerile che faceva anche tenerezza, scaricata dopo un contrasto con Piquè, sempre nel primo tempo.

E’ stata un’Italia che ha deciso di essere bambina, che nel secondo tempo ha sbandato paurosamente, in un paio di occasioni, quando la difesa si è aperta come una bolla di una gomma da masticare, come un vetro di una finestra rotto da una biglia lanciata da bimbi maldestri. Eppure, è stata un’Italia piccola e dai capelli spettinati, che ha segnato per prima, con un bagliore acceso da Andreapirlo, tutto attaccato, commovente, e una sventagliata di Di Natale, solitamente balbettante con la Nazionale ma questa volta piccolo e lesto nell’acciuffare il pacco dono recapitato dal Sommo Pontefice del Centrocampo italiano. Poi ci sarebbe il gel nei capelli di Cassano, pesante come un bimbo goloso di merendine e rallentato da infortuni cardiaci alla Julian Ross, ma con gli occhi che sapevano ancora dove voler indirizzare la palla. E l’inadeguatezza generale, tipica di una classe di scolari di fronte a gente molto più scafata di loro, gli Spagnoli campioni del mondo, che mi ha fatto sorridere più volte prima ancora che imprecare. C’è molto di infantile, in questo approccio voluto da Prandelli, gandhianamente ostinato nel voler perseguire un’idea, prima ancora che una vittoria, una rivoluzione che parte dalla panchina, se non dal letto dove finora tutti i bambini del calcio italiano sono stati lasciati a dormire.

Reduci da scandali e polemiche, privi di veri Fuoriclasse, oggi è stato chiaro quale sia la strada scelta per provare a vincere: giocarsela, tutto sommato, giocarsela con dignità prima ancora che con cinismo, con freschezza, piedi buoni e animi volitivi, senza creare bunker o sentirsi militari in trincea. Abbiamo pareggiato contro i campioni del Mondo, siamo solo alla prima partita, probabilmente senza la paura dell’esordio di fronte ai più forti andremo incontro a figure barbine contro smaliziati croati, ma stasera, quando la partita è finita, un sorriso mi è scappato, e non per il risultato, e fuori, dalla finestra soffiava il vento. Respiriamo.