Contro il tiqui-taca come catenaccio: come ho imparato a detestare la Spagna e ad amare il Barcellona

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Il libro di Michele Dalai è stato di recente, grazie soprattutto all’appannamento del Barcellona delle ultime settimane, al centro di molte discussioni e polemiche. Nel suo “Contro il tiqui taca: come ho imparato a detestare il Barcellona” l’autore alza il tiro della provocazione per criticare il senso comune che vuole la squadra blaugrana come la perfezione estetica ed estatica del calcio europeo. La noia del tiqui taca rifletterebbe il pensiero unico e dominante, e quindi noioso, della presunta sacralità del Barcellona. La tesi di fondo è che il bello preconfezionato in laboratorio (la Masia e la filosofia catalana del bel gioco) non potrà mai elevarsi al livello della maestosità del colpo di genio  dell’improvvisazione imprevedibile e dell’imponderabile casuale. Non a caso lo spazio riservato a Ibrahimovic, a Mourinho e a Cristiano Ronaldo, rispettivamente trascinatore solitario, condottiero carismatico e atleta moderno vagabondo, è abbondante all’interno delle sue pagine. In Italia amiamo parlare di filosofia calcistica, e ogni volta che uno stile di gioco in particolare assume l’egemonia culturale si discute della bontà del modello, e della possibilità di seguirlo come strumento di vittoria. La critica di Dalai è assai dionisiaca-nietzscheana. Il filosofo tedesco divideva l’arte greca in due categorie: quella apollinea, basata sull’armonia e sulla rinuncia intesa come fuga dall’imprevedibilità degli eventi (trasfigurata nelle arti plastiche), e quella dionisiaca, legata al delirio della forza vitale e alla caoticità del divenire (rappresentata dalla musica e dalla danza). Secondo Dalai il Barcellona, con la sua prevedibilità, la sua calcolabilità statistica, il suo atteggiamento fuori dal campo sobrio fino allo stucchevole e il suo gioco secondo copione incarna lo spirito apollineo, cui si contrappone la fierezza e la piena accettazione della competizione, e della vita, da parte del dionisiaco Mourinho, che può essere considerato una forma di Ubermensch calcistico.Il pamphlet però ha un difetto paradossale: non spiega in modo tecnico perché il gioco del Barcellona risulti noioso. Vorrei aggiungere, metaprovocando, qualche osservazione, anche facendo riferimento al trionfo di ieri contro il Milan. Il tiqui taca è una forma assai sofisticata di catenaccio. Catenaccio?? Il Barcellona?? La Spagna?? Le reazioni sconcertate di questo tipo sono assai comprensibili, e infatti richiedono ulteriori precisazioni. Il possesso di palla, nella pratica, è uno strumento tattico che può essere utilizzato sia per attaccare sia per difendere. Anche il modulo è assai relativo: alcuni allenatori utilizzavano il 4-3-3 allo scopo di tenere bloccati i terzini molto offensivi (riferimento alla Juventus di Ranieri che pareggiò all’Olimpico per 2-2 con la Roma di Spalletti nel 2007). La velocità del possesso di palla fa la differenza come atteggiamento. Confrontate il ritmo del Barcellona di ieri con quello supponente e lezioso dello stesso a San Siro. Non è un caso che ieri il Barcellona abbia vinto con il 75% di possesso di palla ma anche con una diversa intensità. Il tiqui taca ha una connotazione dispregiativa: l’onomatopea indica il suono del tocco continuo del pallone, che non corre mai più di 5 metri. Un modo di giocare sterile, e fine a sé stesso? Dipende. Per difendersi la tattica migliore è mantenere il possesso del pallone. “La palla non suda” diceva il Barone Liedholm. Il gioco orizzontale, peraltro assai rischioso se la dolcezza dei piedi non assiste, serve soprattutto a impedire che l’avversario possa avvicinarsi alla porta. E poiché lo scopo del catenaccio è lo stesso, impedire che giungano tiri al portiere, si può dire che il tiqui taca è una forma evoluta del catenaccio. Questo spiega perché spesso vanno in scena partite noiosissime che fanno rimpiangere i più tristi anticipi di mezzogiorno in Serie A. Da una parte una squadra troppo forte a cui non va di giocare, perché dopo anni di successi è entrata nell’ordine di idee che il gol discenda per diritto divino, e dall’altra una squadra troppo inferiore per non difendersi al cospetto del Barcellona o della Spagna. Il risultato è la Nazionale iberica del Falso Nueve e dell’orribile Europeo 2012 di Ucraina e Polonia, dove si è esaltata solo nella finale contro un’Italia consunta dalle battaglie fisiche e mentali contro Inghilterra e Germania. Ricordate la differenza di sensazioni fra il primo e il secondo Italia-Spagna? La paura dell’Invencible Armada prima della partita di girone, e il cauto ottimismo prima della finale (vi rievoca qualcosa alla mente? Milan-Barcellona 2-0 e Barcellona-Milan 4-0…). La Spagna, più che il Barcellona, ha mostrato al pubblico la forma più deteriore e deprecabile di tiqui taca, quello volto al congelamento della partita. Una tattica ai limiti dell’antisportività, come quei giocatori di FIFA che mantengono il possesso del pallone nella propria metà campo provocando una caccia all’uomo. Ma se si ripensa al primo Guardiola dobbiamo dire grazie al Barcellona. Velocità di esecuzione stile play station, spirito sempre propositivo, ritmo mediamente alto, ricerca ossessiva dell’imbucata. Sostanzialmente la fame di spettacolo e di gol. Una rivoluzione catalana che sembrava essersi imborghesita di recente, con la crescente lentezza estenuante dei fraseggi e la ricerca di sterili orpelli barocchi. Ma che ha ieri ha ritrovato, anche grazie ad errori del Milan, l’ortodossia ideologica di un tempo. Eppure non è il Barcellona di Henry-Eto’o-Messi. Quel Barcellona del primo Guardiola era simile nella formazione a a quello dell’anno prima che con Rijkaard nel 2007-08 faticava in modo bestiale, e concluse la Liga al terzo posto con 67 punti, giocando peraltro un calcio veramente noioso e inconcludente. Eppure in un’estate cambiò tutto, a partire dalla mentalità. Merito di Guardiola o della programmazione di lungo periodo (elemento di prevedibilità e di noia ma che in molti provano a copiare senza successo) è difficile da stabilire, e il test di Monaco di Baviera per l’ex bresciano ci chiarirà le idee. Ma quel che conta è che il bel gioco, coniugato alla concretezza, è il miglior stimolo per la creatività degli allenatori avversari alla caccia di contromisure. Mourinho è diventato grande soprattutto grazie al Barcellona, e i blaugrana, tanto vituperati porque antisportivi e favoriti dagli arbitri, sono stati proprio coloro che, con il loro gioco offensivo, hanno esaltato le qualità difensive dello Special One.Quello che Dalai non ha detto però è una fine, e paradossale, annotazione psicologica. L’idea di vincere in continuazione ci spaventa per la sua noia. L’idea di scendere tutti i mesi di Maggio nelle strade per festeggiare trionfi ci disturba. Perché le vittorie più belle sono quelle meno annunciate e più imprevedibili. Come le Champions League di Di Matteo con il Chelsea o di Mourinho con l’Inter. Il digiuno esalta il piacere della tavola. Mentre la bulimia emotiva non lascia spazio all’immaginazione per un’emozione ancora più bella. Ecco perché Michele Dalai ha sbagliato titolo. Avrebbe dovuto intitolare il suo libro “Contro il tiqui taca: come ho imparato a compatire i tifosi del Barcellona”.

Lei fu cacciato da Florentino Pérez in malo modo. Oggi torna per restare, e si prende la rivincita più bella. Si sente ripagato?
«Io sono contento di tutto quello che mi è capitato, anche quando non pareva il meglio in quel momento, perché è stato tutto ciò che è successo ad aver fatto di me e di noi quello che siamo: ad averci portati sin qui. Nessuna rivincita, nessuna vittoria nasce dal risentimento. Si può solo andare avanti».

La sua teoria della linea retta…
«Non conosco altro modo di procedere se non avanti diritto. L’unico posto in cui certamente stiamo andando è domani, e la via più breve — quella retta — è solita essere anche la migliore».

Se non avesse fatto il calciatore e poi l’allenatore che mestiere avrebbe voluto fare?
«Ho studiato magistero. Immagino che avrei fatto il professore. Sì. Sarei rimasto nella mia regione e avrei insegnato. Che poi in fondo è quello che ho fatto. Infatti sono molto contento così. Non credo che smetterò mai di lavorare, nel senso di provare ad essere un poco di esempio rispetto a ciò che ho imparato da chi c’era prima di me. E quando lavoro coi giovani, cioè quasi sempre, sono davvero ottimista sul nostro futuro. Torno a casa sereno».

Concita De Gregorio intervista Vicente Del Bosque, uno che porta i baffi allo stesso modo in cui vince le coppe. In tempi di calcio mercato, certe parole fanno sempre bene.
I 4 colpi

E’ già tutto irrimediabilmente compromesso quando la palla viene blandamente respinta dalla difesa azzurra, sciolta come tanti cubetti di ghiaccio disseminati sul prato e dimenticati al sole, e inizia a planare verso il centrocampo. Siamo già nel secondo tempo, e siamo già affondati sotto le pugnalate della Spagna. Il pallone rinviato in qualche modo da Barzagli sembra un dirigibile forato, lascia dietro di sè una lunga scia di amarezza, e come una foglia morta, la palla cade flaccida nella zona di Andrea Pirlo, circondato da avversari molto più in forma di lui. Pirlo osserva il pallone con gli occhi spenti, una sfera che ancora non si adagia sul campo impedendogli di fare forse l’unica cosa che potrebbe salvare le sorti della nostra Nazionale: toccarlo con i piedi. Invece il pallone rimane sollevato da terra, sospinto da immanenti campo magnetici spagnoli che trascendono la gravità e i limiti umani, e così non può ascoltare le promesse che i piedi di Pirlo sarebbero pronti a fargli: “cadi pallone, e io ti porterò ancora una volta in spazi aperti, cadi pallone, lasciati prendere tra le mie gambe stanche e ancora una volta, forse l’ultima, io saprò ancora dirti le parole che vuoi sentirti dire”. Invece il pallone cadrà lontano, disegnando una parabola inutile su cui andranno ad appendersi gli occhi di Pirlo e le nostre speranze, bagnate come vestiti centrifugati, ed è in quel preciso momento che si manifesta tutta l’impotenza dell’Italia contro la Spagna. Perderemo 4 a 0, quattro(cento) colpi ai nostri sogni covati durante giugno che non hanno saputo resistere all’estate. Primule sfiorite.

Se siamo arrivati a singhiozzare dopo una finale di un Europeo, lo dobbiamo essenzialmente al curato di provincia che ha rivoluzionato il nostro modo di giocare a pallone. Prandelli ci ha portato a giocarci la coppa con la Spagna, a dispetto di limiti strutturali nella rosa e nel movimento, e forse sarebbe giusto giudicare anche la finale attraverso i suoi insegnamenti. Ma le quattro ferite che portano i nostri ideali fanno liberare le gabbie dentro cui abbiamo tenuto nascosto gli avvoltoi, che già iniziano a volteggiare sugli schermi televisivi, sui giornali del giorno dopo e sulle teste di molti italiani che giocano a fare i tifosi.
Partita dopo partita, in questo Europeo abbiamo scardinato porte di antichi pregiudizi e retaggi insormontabili. Nessun nemico al nostro fianco, nessun salvatore della patria uscito dal cilindro, nessuna trincea scavata nell’erba. Molte parabole, sul nostro cammino, quella dell’Insegnamento, della Presa di Coscienza, dell’Ottimismo e dell’Attesa, valori quasi contadini innestati nel cuore di bulletti e mangiatori di merendine che si sono ricordati come si sta in campo. Restava l’ultima porta, da aprire, la porta del Trionfo, unico e definitivo giudice che dirime tra buoni e cattivi. Ad attenderci, al suo interno, seducenti femmine che intrecciavano passaggi come fossero acconciature, che lavoravano la palla come merletti, bagnando la punta dell’ago con il nostro sudore. Siamo arrivati di fronte ai Campioni di Tutto armati soltanto dello stupore per esserci, prima di tutto. Ma già sfiniti, sfibrati, sparpagliati sul tavolo in milioni di pezzettini: il prezzo da pagare, per superare se stessi. E’ finita nell’unico modo in cui poteva finire, come quando si sogna abbastanza da muoversi nel letto, e si cade sul pavimento sbattendo la testa. Lacrime.

Prima ancora di stabilire l’utilità di certe sostituzioni (panettone Motta), o di brandire il manifesto del logorio fisico (sebbene a mio modo decisivo, a parità di energie sarebbe finita ben diversamente, perlomeno nelle proporzioni della sconfitta), Spagna-Italia ci ha ricordato come non sempre basta voler essere felici, per esserlo davvero. Eppure fermiamoci a un passo prima, sul ciglio della porta, appunto, fermiamoci allo snodo decisivo di questa Storia in sei atti, mentre studenti erasmus iberici ghermiscono le nostre piazze svuotate immediatamente dalle lacrime puerili di Bonucci e Balotelli.
Ho amato molto questa Nazionale 2012 di Prandelli non perché sia arrivata così vicino dal vincere, o perché ci abbia mostrato un livello di gioco moderno ma ragionevole, affascinante senza scadere nello stucchevole, dal piglio artigianale, di quelle cose fatte a mano che sanno unire grazia nei movimenti e praticità negli approcci. No, ho amato questa Storia se vogliamo molto da oratorio, quasi da fiction di Raiuno, per averci inchiodato ai divani e ai maxischermi con una semplice domanda: vogliamo provare ad essere felici, ogni tanto? Aldilà dei moduli tattici, delle giocate dei singoli e dello spirito di gruppo (concetti se vogliamo anche un po’ aleatori, funzionano quando funzionano, un po’ come gli oroscopi che ci prendono il giorno dopo), resta prima e dopo di tutto questa domanda. 

C’è stato un momento, nella storia del Calcio italiano, in cui la Nazionale si è fatta questa domanda, e di riflesso l’ha posta a noi, vogliamo provare ad essere felici, almeno una volta, ogni tanto? Una domanda da tradurre in campo, e non nell’economia, nella politica e nelle nostre vite di tutti i giorni, perché trattasi sempre di partite, o di metafore, eventualmente, ma qui nessuno ha il fegato di spacciarle per consigli di vita. Per una Nazionale avere voglia di essere felici è cercare di vincere rinnegando retaggi, proponendo un centrocampo di piedi buoni e idee argute, quasi divertendosi, a giocare in modo illuminato, provando a inventare qualcosa, invece che distruggere soltanto. E’ solo calcio, deve aver detto Prandelli negli spogliatoi, ed è tutto qui: è solo provare ad essere felici, deve aver chiesto Prandelli ai suoi giocatori, e se dopo un Europeo così, ci è venuto il dubbio anche a noi che guardavamo soltanto, forse essere tifosi della Nazionale ha ancora un qualcosa di dignitoso.

Ed è molto inquietante e molto inevitabile, in un certo senso, vedere come porci certe domande, su di noi, e sulla felicità, abbia frantumato le ginocchia di De Rossi, abbia colorato di rosso gli occhi del nostro pianista, Andrea Pirlo, ci abbia fatto precipitare come primule sfiorite. Sommersi dalla maestria spagnola, da 4 colpi alle nostre velleità che ora, spenti i riflettori, ora che si torna alla normalità disgustosa del calcio italiano, rimarranno davvero molto sole. Lontanissime da qui.

Prandelli ha confermato che certamente il calcio è pieno di gente amorale e di vizi metropolitani, ma resta la cosa migliore di questo Paese. Perché è quella dove c’è più sentimento, direi amore assoluto, dove tutti vogliono sempre fortemente qualcosa e per quello sono disposti a dare, non a rubare o evadere. Mario Sconcerti, Corriere della Sera, 1 luglio 2012
Cristiano Ronaldo e il suo labiale. La cosa più drammatica (?) di tutta la partita, rigori compresi.

Cristiano Ronaldo e il suo labiale. La cosa più drammatica (?) di tutta la partita, rigori compresi.

L’Italia passa se…

Se una delle due vince, l’Italia passa come seconda ed è finita (benissimo) così. Molto più complicato il quadro in caso di pareggio tra spagnoli e croati, con l’arrivo di tre squadre a 5 punti, con lo stesso numero di punti negli scontri diretti (3) e una differenza reti di 0. Come spiegato poco sopra, sarebbero decisivi i gol segnati negli scontri diretti. L’Italia si fermerà a 2, sia Spagna che Croazia sono a 1 prima del loro scontro diretto. E lo 0-0 ci sarebbe evidentemente favorevole: l’Italia sarebbe prima, la Spagna, che vanta una migliore differenza reti globale rispetto alla Croazia, seconda. L’1-1 sarebbe un vero rompicapo: l’Italia passa insieme alla Spagna se batte l’Irlanda con almeno tre reti di scarto e con due reti segnandone almeno quattro, ma anche vincendo per 3-1 (lo stesso punteggio ottenuto dalla squadra di Bilic contro la squadra di Trapattoni) in virtù del 4° posto nel ranking Uefa rispetto al 7° della Croazia. Ogni pareggio con almeno 4 gol complessivi ci condannerebbe, perché saremmo la squadra con meno gol segnati negli scontri diretti a parità di punti e differenza reti nelle partite in questione. La nazionale di Del Bosque sarebbe prima, quella di Bilic seconda.

(via Azzurri, torna l’incubo “biscotto”, Spagna-Croazia, col 2-2 usciamo - La Gazzetta dello Sport)

Metti un Pirlo sotto l’albero

La regola è semplice: i Mondiali altro non sono che gli Europei con, in più, Brasile e Argentina. Quelli che sono partiti venerdì scorso altro non sono che l’esposizione della scuola calcistica più efficiente e potente del pianeta. Il calcio migliore si gioca dove ci sono le squadre più forti, i tecnici più preparati, una cultura più solida e, soprattutto, circolano i denari. Gli Europei proprio per questo rappresentano il torneo più equilibrato, forse meno romantico ma sicuramente appuntamento immancabile per chi vuole provare a capirci qualcosa sul calcio.

Fissato questo indispensabile paletto, è bene ricordare anche come l’Italia in questo equilibrio non sia mai riuscita ad emergere, eccezione fatta per il titolo vinto grazie a una monetina lanciata in aria nell’ormai lontano 1968, e poi sfiorato nel 2000 grazie alla dignità di Dino Zoff in panchina, prima che Trezeguet ci castigasse con l’orrenda regola del Golden Gold. Da sempre portatori insani di un calcio pratico imbastito con sufficienti dosi di tecnica e merletti, l’Italia trova più respiro in un contesto mondiale dove può agevolarsi grazie a fortuna, squadre materasso e imprese epiche che riescono a tirar fuori orgogli e pruriti interni. In Europa invece tutto è più ingessato, per la premessa iniziale, tutti conoscono tutti ed emergere è molto più difficile.

Prendiamo la Spagna, per esempio. Prima di diventare Campioni del Mondo e d’Europa, rischiarono di essere eliminati, nel 2008, nei quarti dell’Europeo proprio contro l’Italia. Poi, fu il trionfo, l’inizio di una messa cantata di un calcio ricamato, cesellato da piedi deliziosi di piccoli e ruminanti giocolieri come Xavi e Iniesta, già eroi con il Barcellona. Un incessante Bolero di Ravel che sublima il suo crescendo solo dopo diverse note rovesciate sul campo. Incantatori di serpenti, flautisti che conducono i topolini ipnotizzati giù dal burrone. Ma anche a loro, sui banchi dell’università del Calcio, è capitato appunto di steccare, viziati da quell’insopprimibile difetto di non volerne proprio sapere di tirare in porta.

La scena emblematica, del rispetto e della paura che incutono, ma allo stesso tempo dell’umanissimo limite dei flautisti spagnoli, l’abbiamo potuta ammirare nella sfida tra Spagna e Italia di oggi, quando, durante un primo tempo abbastanza soporifero, il seducente David Silva è entrato in area come un gattone, praticamente solo di fronte a Buffon, ma invece di scaricargli in faccia un tiro come il calcio pratico richiederebbe, ha addirittura passato la palla all’indietro. Facendo ricominciare tutto da capo: gli orchestrali iberici si sono leccati la punta delle dita, hanno sfogliato lo spartito e ripristinato nuovamente il loro Bolero. In quel momento abbiamo capito che sì, stavamo assistendo ai livelli più alti dell’espressione calcistica europea, e sì, tutto sommato c’erano dei limiti, in questo, limiti da interpretare, da sfruttare, per provare a vincere.

Ma non è stata questa la morale di Spagna-Italia. Prandelli, in conferenza stampa alla vigilia della partita, disse che si sentiva “felice e sereno come un bimbo che aveva fatto i compiti”. Ma del bimbo giudizioso il nostro commissario tecnico ha sfruttato non le ore diligenti di studio, ma qualcosa di molto poco italiano, se vogliamo, di molto poco pragmatico ma allo stesso tempo elementare: “Clear Eyes, Full Hearts, Can’t Lose!”. I bimbi hanno gli occhi puliti, e i cuori pieni, ed è con questo approccio che abbiamo affrontato i migliori del Mondo. Prendete De Rossi, con le maniche lunghe, il cielo negli occhi e la barba arruffata, sembrava un ragazzino piazzato là dove non dovrebbe stare ma che si rimbocca le maniche e spazza via tutti i palloni che gli capitano appresso. Una mossa illogica, non esattamente italiana, quindi, nel senso calcistico del termine, eppure ha funzionato. Prendete Balotelli, sì, Balotelli che verrà ovviamente affossato per quell’incredibile indolenza davanti a Casillas, e subito sostituito: l’erba del campo non si ricorderà di quell’errore, ma dei tre pugni tre che ha ricevuto nel primo tempo, una rabbia così puerile che faceva anche tenerezza, scaricata dopo un contrasto con Piquè, sempre nel primo tempo.

E’ stata un’Italia che ha deciso di essere bambina, che nel secondo tempo ha sbandato paurosamente, in un paio di occasioni, quando la difesa si è aperta come una bolla di una gomma da masticare, come un vetro di una finestra rotto da una biglia lanciata da bimbi maldestri. Eppure, è stata un’Italia piccola e dai capelli spettinati, che ha segnato per prima, con un bagliore acceso da Andreapirlo, tutto attaccato, commovente, e una sventagliata di Di Natale, solitamente balbettante con la Nazionale ma questa volta piccolo e lesto nell’acciuffare il pacco dono recapitato dal Sommo Pontefice del Centrocampo italiano. Poi ci sarebbe il gel nei capelli di Cassano, pesante come un bimbo goloso di merendine e rallentato da infortuni cardiaci alla Julian Ross, ma con gli occhi che sapevano ancora dove voler indirizzare la palla. E l’inadeguatezza generale, tipica di una classe di scolari di fronte a gente molto più scafata di loro, gli Spagnoli campioni del mondo, che mi ha fatto sorridere più volte prima ancora che imprecare. C’è molto di infantile, in questo approccio voluto da Prandelli, gandhianamente ostinato nel voler perseguire un’idea, prima ancora che una vittoria, una rivoluzione che parte dalla panchina, se non dal letto dove finora tutti i bambini del calcio italiano sono stati lasciati a dormire.

Reduci da scandali e polemiche, privi di veri Fuoriclasse, oggi è stato chiaro quale sia la strada scelta per provare a vincere: giocarsela, tutto sommato, giocarsela con dignità prima ancora che con cinismo, con freschezza, piedi buoni e animi volitivi, senza creare bunker o sentirsi militari in trincea. Abbiamo pareggiato contro i campioni del Mondo, siamo solo alla prima partita, probabilmente senza la paura dell’esordio di fronte ai più forti andremo incontro a figure barbine contro smaliziati croati, ma stasera, quando la partita è finita, un sorriso mi è scappato, e non per il risultato, e fuori, dalla finestra soffiava il vento. Respiriamo.